VIRTVS: l’anello sigillo del MOS MAIORUM che si trasforma in storia da raccontare

tempio romano antico con scritta al centro VIRTVS

L’anello chevalier VIRTVS oggi ti racconta cinque volte in cui Roma chiese a un uomo solo di reggere la linea a costo della vita pur di farla reggere.

Cosa è VIRTVS?

È la virtù figlia del MOS MAIORUM l’eredità dei Padri.

L’uomo potente e vigoroso nel corpo, valoroso in battaglia.
Fiducioso nelle proprie forze e nel destino.
Timoroso degli Dei, rispettoso delle leggi, modesto nel parlare e nella condotta.

Tu che leggi ora queste righe, hai dentro di te VIRTVS?
Scopriamolo insieme.

scrivania di legno antico con foglio di papiro con scritta in latino VIRTVS per l'articolo del blog

Lo scudo del compagno scompare alla sua sinistra.

Lo scudo del compagno scompare alla sua destra.

Il nemico che premeva contro la formazione si trova davanti un buco.

E dentro quel buco, un solo uomo.

In quel respiro, uno, forse due battiti del cuore,  Roma decideva chi era stato.

Perché la parola che i romani usavano per dire “uomo” era vir.

E la qualità del vir, la cosa che fa di un maschio un uomo, si chiamava VIRTVS.

I greci avevano ἀρετή, che significava eccellenza in qualunque mestiere ,  il calzolaio aveva la sua areté, il flautista la sua, il timoniere la sua.

Roma era differente.

Roma aveva una sola parola, e quella parola coincideva col corpo dell’uomo libero che difendeva la città.

VIRTVS era la mano che impugnava il gladio.

VIRTVS era la gamba che teneva la posizione anche quando intorno tutto crollava.

VIRTVS era la spalla che reggeva lo scudo del compagno mentre il compagno colpiva.

VIRTVS era la ferita ricevuta sul petto, mai sulla schiena.

E quando la linea cedeva, nel respiro in cui restava un uomo solo davanti al nemico, la città scopriva chi era stato.

Questo è il racconto di cinque uomini.

Cinque corpi che Roma usò come muro quando il muro mancava.

HORATIVS COCLES: Il corpo come ponte

soldato legionario sul ponte con scudo e gladio sul fiume Tevere contro l'esercito etrusco

Anno 508 prima di Cristo.

Roma ha appena cacciato l’ultimo re.
Tarquinio il Superbo, esiliato, è andato a chiedere aiuto agli Etruschi di Chiusi.

Lars Porsenna, re degli Etruschi, scende dal nord con un esercito.

Le porte di Roma reggono.
Le mura reggono.
Il punto debole è uno solo.

Il Pons Sublicius. Il ponte di legno sul Tevere. La gola della città.

Se gli Etruschi prendono il ponte, sono dentro Roma in mezz’ora.

I difensori romani, sull’altra sponda, vengono travolti.
Fuggono indietro, attraverso il ponte, verso la città.
Lo scudo abbassato. La testa china. Il volto degli sconfitti.

Sul ponte, davanti all’onda del nemico, restano tre uomini.

Uno si chiama Spurio Larcio. Uno si chiama Tito Erminio.
Il terzo si chiama Horatio Coclite, il guercio.

Ha perso un occhio in una battaglia precedente.
Una cicatrice gli taglia metà volto.

Horatio si volta verso i compagni in fuga. Verso gli ingegneri romani sull’altra sponda.
E grida la cosa più semplice che si possa gridare in un momento simile.

Tagliate il ponte alle mie spalle.
Tagliatelo. Adesso.

Gli ingegneri romani impugnano le scuri. Cominciano a colpire i pali, le travi, il legno verde sopra il Tevere.

Sul ponte, contro l’esercito etrusco intero, restano tre uomini.

Spalla contro spalla.
Lo scudo che copre il fianco del compagno.

Il gladio che lavora corto, da sotto, alla cinghia, alla gola.

Gli Etruschi premono. Cadono i primi. Cadono i secondi. Il sangue cola sulle assi.

Horatio sente, dietro di sé, il legno che cede colpo dopo colpo.

E allora si volta verso i due compagni e dice una sola parola.

Tornate.

Spurio e Tito esitano. Horatio grida. Loro corrono. Attraversano il ponte un istante prima che l’ultima trave si pieghi.

Il guercio resta solo.

Un uomo. Un occhio. Un gladio.
Un esercito davanti.

Tito Livio scrive che Horatio sfidò gli Etruschi uno per uno.

Li chiamò schiavi di re sotto i colpi. Disse loro che gli uomini liberi mai si sarebbero piegati a un padrone.

Le frecce cominciarono a piovere sul suo scudo. Il legno si crivellò di punte. Una freccia gli entrò nella coscia. Un’altra nel braccio.

Horatio teneva.

Alle sue spalle, i colpi delle scuri romane si fecero più rapidi, più disperati.

E quando l’ultima trave del Pons Sublicius si spezzò, e il ponte intero crollò nel Tevere con un fragore che scosse le mura della città, Horatio Coclite si voltò verso il fiume.

Pregò.
Una sola frase.
Padre Tevere, accogli queste armi e questo soldato nelle tue acque amiche.

E saltò.

Saltò con l’armatura addosso.
Saltò con lo scudo.
Saltò con la spada al fianco e le frecce ancora conficcate nella carne.

Il Tevere lo prese.
Le correnti lo portarono.

E Horatio, ferito, sanguinante, con il peso del bronzo che lo voleva trascinare giù, riemerse sull’altra sponda.

Vivo.

Roma quel giorno gli eresse una statua nel Comizio.
Gli diede tutta la terra che un uomo poteva arare con due buoi in un giorno.

Ma il vero dono che gli fece fu nel nome.

Per secoli, ogni volta che un legionario romano si fermava sul ponte mentre i compagni fuggivano, ogni volta che un soldato teneva la posizione mentre la linea cedeva, in quel soldato Roma vedeva Horatio.

VIRTVS, nella sua forma più pura, è questa.

L’uomo che resta dove gli altri scappano.
L’uomo che si volta verso il nemico mentre la città si volta verso il fiume.
L’uomo che diventa, col proprio corpo, il ponte che la città deve attraversare per salvarsi.

Quando il ponte cede, quell’uomo cade nell’acqua.

A volte riemerge.
A volte resta sotto.

Ma la città, alle sue spalle, è salva.

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MVCIVS SCAEVOLA: la mano nel fuoco

Muzio Scevola che mette la mano sul fuoco davanti al Re Etrusco

Stessa guerra. Pochi giorni dopo.
Il ponte è caduto. Roma è salva, ma assediata.

Porsenna ha messo l’esercito sul Gianicolo, sopra la città, e taglia ogni rifornimento.
Il pane scarseggia. I bambini cominciano a piangere di notte.

In Senato, un giovane patrizio si alza.
Si chiama Caio Mucio.

Chiede il permesso di varcare il Tevere e uccidere Porsenna nel suo accampamento.
Il Senato annuisce.

Mucio attraversa il fiume di notte. Si veste da etrusco. Entra nel campo nemico al mattino, mentre i soldati ricevono la paga.

Davanti al tribunale, vede un uomo in abito ricco, seduto su un seggio elevato, che distribuisce monete.

Eccolo.
Mucio si avvicina. Estrae il pugnale.

Colpisce.
L’uomo cade.

Le guardie si avventano. Mucio viene preso, disarmato, trascinato in catene.
Poi il vero Porsenna entra nella tenda.

Mucio aveva ucciso lo scriba del re. Vestito uguale al sovrano, perché distribuivano la paga insieme.

Porsenna guarda il giovane romano. Ordina che gli accendano un braciere, ce n’è uno acceso poco lontano, per il sacrificio agli dèi, e lo facciano avvicinare al prigioniero.

Mucio capisce.
Il fuoco è la minaccia.

Il re vuole sapere chi lo ha mandato. Vuole sapere se altri come lui sono già nel campo. Vuole il nome dei mandanti, il piano, la rete.

Mucio guarda il braciere.
Si muove prima delle guardie.
Cammina da solo verso il fuoco.

Stende il braccio destro sopra le fiamme.
E lascia la mano dentro le braci.

Il palmo, le dita, il polso: dentro il fuoco.
La pelle che si stacca. Il grasso che cola. L’odore che riempie la tenda.

Mucio guarda Porsenna negli occhi.

Senza un grido.
Senza una smorfia.
Senza un movimento del volto.

E parla con voce calma.

Guarda, quanto vale il corpo per chi guarda alla gloria.

Poi continua.

Trecento giovani come me hanno giurato di ucciderti. Abbiamo tirato a sorte. Io sono caduto per primo. Dietro di me ne vengono altri duecentonovantanove.

Porsenna, con davanti la mano che si carbonizza e la voce che non trema, ordina di liberare il prigioniero.

Pochi giorni dopo, manda ambasciatori a Roma. Tratta la pace.

Mucio torna in città. La mano destra è un moncone. Roma gli dà un nome nuovo.

Scaevola. Il mancino.

Il nome rimase nella sua famiglia per sei secoli. Ogni Mucio Scaevola che lo portò ricordava che un avo aveva mostrato a un re etrusco quanto poco valesse un braccio quando la posta era la libertà di una città.

Questa è la seconda faccia di VIRTVS.

Il corpo cessa di essere muro che resiste.

Il corpo diventa strumento che lo stesso uomo brucia, davanti al nemico, per mostrare che la mente sta oltre la carne.

Il fuoco è solo carne.
La carne è solo argilla.

L’argilla, quando l’uomo lo decide, può diventare cenere senza che la voce trema.

Mucio fece dell’esercito di Porsenna uno spettatore atterrito. Un re che aveva sotto il proprio comando ventimila uomini si ritrovò davanti a un giovane disarmato e capì, in quel momento, che la guerra era persa.

Persa nel braciere. Non sul campo.
Persa nella mano carbonizzata di un romano che parlava con la voce di un uomo a tavola.

Quando un popolo possiede uomini così, le sue mura sono fatte di un materiale che gli elefanti, le frecce, gli arieti non scalfiscono.

Sono fatte di carne.
E la carne, in quel popolo, ha imparato a non sentire il fuoco.

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MANLIVS TORQVATVS: Il torquis al collo, la scure sul figlio

legionario romano che affronta un guerriero gallo con collana di oro al collo

Anno 361 prima di Cristo. Roma è in guerra contro i Galli.

I due eserciti si fronteggiano sulla riva dell’Aniene, separati da un ponte di legno.

Dalla parte gallica avanza un guerriero immenso. Armatura lucente. Capelli rossi. Voce che fa tremare l’aria. Sfida i romani al duello singolo.

Nessuno si muove dalle file romane.
Il gigante deride. Mostra la lingua. Imita la fuga.

Allora un giovane tribuno si fa strada fino al console.
Si chiama Tito Manlio.

In famiglia lo trattano come una vergogna. Ha la lingua impastata. Cammina goffo. Il padre, severo, lo aveva mandato in campagna a vivere con i contadini perché lo riteneva inadatto al Foro.

Tito Manlio chiede al console il permesso di scendere sul ponte.
Il console annuisce.

Il giovane romano impugna lo scutum lungo, il gladius hispaniensis corto, attraversa il ponte.

Il Gallo lo guarda dall’alto. Ride. Solleva la spada lunga, da due mani, e mena un fendente largo, di taglio.

Tito Manlio si abbassa.
Entra sotto la guardia del gigante.

E con il gladio corto comincia a colpire sotto, all’inguine, al ventre, alla coscia interna, dove l’armatura del Gallo non arriva.

Colpi brevi. Ravvicinati. Stile romano.
Il Gallo crolla in ginocchio.

Tito Manlio lo finisce.

Si china sul cadavere. Stacca il torquis d’oro che il guerriero portava al collo. Una collana spessa, intrecciata, da capo di clan.

Lo solleva al sole.
Se lo mette al proprio collo.

E torna oltre il ponte, mentre l’esercito romano grida il suo nome.

Da quel giorno la sua famiglia porta il cognomen Torquatus. Quello del torquis.

VIRTVS, qui, è il corpo del giovane che la famiglia aveva scartato. La carne che nessuno aveva ritenuto degna di Roma fino al momento in cui Roma ne ha avuto bisogno.

Ma la storia di Manlio Torquato non finisce sul ponte dell’Aniene.

Ventun anni dopo, lo stesso uomo, ormai canuto, è console. Roma combatte contro i Latini. Tito Manlio Torquato il Vecchio comanda l’esercito.

Ha emanato un editto: nessun soldato esca dai ranghi senza ordine, pena la morte.

Suo figlio, Tito Manlio Torquato il Giovane è in pattuglia di cavalleria. Vicino al campo nemico, gli si fa incontro un nobile latino, un certo Gemino Mezio, che lo riconosce come figlio del console e lo sfida a duello.

Il sangue del padre parla nel figlio.

Il giovane accetta. Carica. Uccide Gemino in pochi colpi. Stacca le armi del nemico vinto.

E corre al campo, con i trofei sul cavallo, a portarli al padre. Si aspetta l’abbraccio. Si aspetta la lode davanti alle legioni.

Il vecchio console scende dal seggio.

Guarda il figlio.
Guarda i trofei.
Guarda i tribuni e i centurioni che si sono raccolti intorno.

E parla.

Tito Manlio, tu hai violato l’imperio del console. Hai combattuto fuori dai ranghi. Hai messo l’orgoglio del tuo nome sopra la disciplina della legione.

Se Roma deve sopravvivere, la disciplina deve valere anche per il sangue del console.
Anche per mio figlio.

I littori si avvicinano.
Il giovane viene legato al palo.
Le scuri si alzano.

Il vecchio Torquato non distoglie lo sguardo.
La testa del figlio cade sulla sabbia del campo.

L’esercito ammutolisce. Per giorni, nessun soldato osa parlare ad alta voce.

E nasce, in quella sabbia, un’espressione che durerà secoli.
Imperia Manliana.

I comandi alla maniera di Manlio. Gli ordini così duri che divorano persino chi li impartisce.

Questa è la faccia oscura di VIRTVS.

La virtù del corpo, quando si fa disciplina assoluta, può chiedere il corpo del figlio.

Il vecchio Torquato visse altri vent’anni. Mai riprese moglie. Mai ebbe altri figli. La sua casa, dopo quel giorno, restò una casa muta.

VIRTVS senza CLEMENTIA è una lama che taglia anche la mano che la impugna.

Roma lo sapeva.

E quando aveva bisogno di un esempio di disciplina assoluta, sussurrava le due parole nel Foro: imperia Manliana.

Significavano: la legge non guarda in faccia nessuno.
Nemmeno il sangue del console.

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PVBLIVS DECIVS MVS: Il padre, il figlio, il voto
console romano che corre a cavallo contro l'esercito cartaginese

C’è un rito, nella religione di Roma antica, che mai nessun popolo del Mediterraneo conobbe in forma simile.

Si chiamava devotio.

Il console di Roma, in battaglia, quando la linea stava per cedere e l’esercito stava per essere massacrato, poteva fare una cosa estrema.

Poteva votarsi.

Si chiamava il pontefice massimo, lì sul campo, in mezzo al rumore delle armi.
Il pontefice intonava una formula.

Il console la ripeteva, parola per parola, in piedi, con la toga rivolta intorno al volto e i piedi sopra una spada.

Iane, Iuppiter, Mars pater, Quirine, Bellona, Lares, Divi Novensiles, Di Indigetes, Divi quorum est potestas nostrorum hostiumque, Dique Manes , uti populo Romano vim victoriam prosperetis, hostesque terrore formidine morteque adficiatis.

Insieme con me, voto al regno dei Mani e a Tellure le legioni del nemico.

Il console saliva a cavallo.
Caricava da solo, con il volto coperto, dentro la formazione più fitta del nemico.
E moriva.

Il rito legava: la sua morte trascinava i nemici nel regno dei morti.

L’esercito romano, vedendo il console caricare e morire, ritrovava il coraggio. La linea reggeva. La battaglia si vinceva.

Un solo corpo offerto agli dèi della terra.
Un solo uomo che diventava sacrificio per migliaia.

Anno 340 prima di Cristo. Battaglia del Vesere, contro i Latini.

Il console Publio Decio Mure, collega di quel Tito Manlio Torquato che pochi mesi dopo avrebbe ucciso il proprio figlio, si trova davanti alla rotta dell’ala sinistra romana.

Decide.
Chiama il pontefice.
Pronuncia la formula.
Sale sul cavallo.

E carica nel cuore della formazione latina.

Il suo corpo viene ritrovato il giorno dopo, sotto un mucchio di nemici che gli si erano lanciati addosso. Lo riportarono a Roma su uno scudo. Lo seppellirono col rito degli eroi.

Il suo nome entrò nelle preghiere di Roma. Veniva pronunciato nelle litanie come si pronuncia il nome di un dio minore.

Avrebbe potuto bastare.
Una famiglia, dopo un sacrificio simile, era libera per generazioni dal peso del sangue.

Ma quarantacinque anni dopo, nel 295 prima di Cristo, sulla pianura di Sentino, in Umbria, Roma combatte la battaglia che decide il dominio sull’Italia centrale.

Contro Roma i Sanniti, gli Etruschi, gli Umbri e i Galli. Tutti insieme. La coalizione più grande che la penisola abbia mai messo in piedi contro l’aquila latina.

I consoli sono due. Uno si chiama Quinto Fabio Massimo Rulliano. L’altro si chiama Publio Decio Mure.

Il giovane.
Il figlio dell’uomo che si era votato al Vesere.

Le legioni di Decio cedono sull’ala sinistra. I Galli con i carri sfondano la linea. I Romani arretrano.

Il giovane Decio guarda la rotta.
Guarda il cielo.
E ricorda il padre.

Chiama il pontefice. Lo stesso rito. La stessa formula. Le stesse parole.

Sale sul cavallo.
E carica.
Il figlio muore come il padre. Nello stesso modo. Per la stessa città.

Le legioni romane, vedendo il console che si vota agli dèi inferi, ritrovano in un colpo solo cento anni di disciplina. La linea regge. I Galli arretrano. I Sanniti fuggono.

Roma vince Sentino. Roma diventa, da quel giorno, padrona dell’Italia.

Una famiglia.
Due generazioni.

Due uomini con lo stesso nome che cavalcarono dentro il nemico per offrire il proprio corpo agli dèi.

Questa è VIRTVS nella sua forma più estrema. La virtù che si fa rito. Il corpo che diventa moneta sacra.

I Decii Muri furono onorati a Roma per secoli. Il loro nome veniva pronunciato a voce bassa, come si pronuncia una preghiera privata.

Roma sapeva che senza uomini disposti a quel gesto, la città non sarebbe sopravvissuta alle prime tre guerre.

E Roma sapeva, in fondo, una cosa più dura.
Che VIRTVS, alla sua forma più alta, costa il corpo dell’uomo intero.

E qualche volta, generazione dopo generazione, costa lo stesso nome due volte.

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MARCVS ATILIVS REGVLVS: il corpo per la parola data
console Marvs Atilivs Regvlus al senato di Roma

Prima guerra punica.
Roma combatte Cartagine per il dominio del Mediterraneo occidentale.

Anno 256 prima di Cristo.
Il console Marco Atilio Regolo sbarca in Africa con quattro legioni. Avanza verso Cartagine. Vince la battaglia di Adys.

Cartagine, terrorizzata, manda ambasciatori a chiedere la pace.

Regolo detta condizioni durissime. Cartagine deve cedere la Sicilia e la Sardegna, deve rinunciare alla flotta, deve diventare cliente di Roma.

I cartaginesi rifiutano. Preferiscono morire combattendo.
Ingaggiano Xantippo, generale spartano. Riorganizzano l’esercito.

L’anno dopo, a Tunisi, gli elefanti di Xantippo travolgono le legioni romane. Trentamila uomini muoiono sul campo.

Regolo viene catturato vivo.
Per cinque anni rimane in prigionia a Cartagine.

Poi, nel 250 avanti Cristo, la guerra ormai logora entrambe le città, Cartagine ha un’idea.

Manda Regolo a Roma.
Lo libera, sotto giuramento.

Il vecchio console deve presentarsi al Senato romano. Deve perorare la causa di Cartagine. Deve convincere i suoi concittadini ad accettare uno scambio di prigionieri o, meglio, a fare la pace.

Patto: se le trattative falliscono, Regolo torna a Cartagine.

Lo giura davanti agli dèi punici.
Lo giura davanti agli dèi romani.

Sale sulla nave.
Sbarca in Italia.
Il viaggio fino a Roma.

I cittadini lo riconoscono. La folla lo segue. Chi era stato console, e ora è schiavo di Cartagine, cammina verso il Senato.

Sua moglie e i suoi figli gli vengono incontro alle porte di Roma.

Regolo si ferma.
Li guarda.
Si ritrae.

Spiega, con voce ferma, che lui ormai ha perduto la cittadinanza romana. È prigioniero di Cartagine. Un servo della parola data al nemico. Un uomo che ha lasciato il proprio nome sull’altra sponda del mare e mai più potrà riprenderlo.

Cammina davanti alla famiglia, da solo, fino al Senato.
Entra. Si presenta davanti ai trecento.

Espone le richieste di Cartagine.
E poi, contro tutti i calcoli del nemico che lo aveva mandato, comincia a parlare a Roma.

Comincia a dire ai senatori la verità.

Patres conscripti rifiutate lo scambio dei prigionieri.

I cartaginesi che voi tenete sono giovani generali. Forti. Rimandati a casa, combatteranno contro di voi per altri vent’anni.

I romani che Cartagine tiene sono vecchi come me. Sconfitti. Stanchi. Inutili in battaglia. Ne scambiate uno buono per uno consumato.

Rifiutate la pace. Roma sta vincendo. Cartagine è sfinita. Resistete un anno ancora, e l’Africa sarà vostra.

I senatori lo ascoltano in silenzio.

Capiscono che quell’uomo, mandato a perorare la causa del nemico, sta perorando la causa di Roma a costo della propria vita.

Perché tutti sanno cosa accadrà se la pace fallisce.
Regolo si volterà verso il porto. Salirà sulla nave. Tornerà a Cartagine.

Il Senato vota.
Rifiuta lo scambio. Rifiuta la pace.
Regolo prende commiato.

Sua moglie piange. Gli amici lo supplicano di rimanere, un giuramento dato al nemico cartaginese, dicono, mai vincola un romano.

Regolo scuote la testa.
Una parola data è una parola data.

Se Roma comincia a sciogliere i giuramenti per convenienza, Roma cessa di essere Roma.

E parte.

Orazio scrisse, due secoli dopo, che Regolo lasciava Roma come un uomo lascia il foro per ritirarsi nei suoi campi di Venafro.

Senza fretta. Senza lacrime. Senza il volto di chi va al supplizio.

Tornò a Cartagine.
I cartaginesi compresero che li aveva traditi davanti al Senato.

Lo torturarono a morte. Gli tagliarono le palpebre. Lo esposero al sole.
Le tradizioni divergono sul dettaglio.

Sul fatto, no.

Regolo morì sotto tortura, e morì da uomo che aveva tenuto fede.

Roma fece di lui il sigillo finale di VIRTVS.

Perché tutte le scene precedenti, il ponte di Horatio, la mano di Mucio, il duello di Manlio, la carica dei Decii, sono il corpo offerto sotto la pressione della battaglia, nel momento in cui il sangue è caldo e gli dèi sono vicini.

Regolo offrì il corpo a freddo.

Mesi dopo la cattura. Anni dopo la sconfitta. Senza il fragore delle armi. Senza il pontefice accanto.

Solo la parola data, e il viaggio di ritorno verso il proprio supplizio.
Questa è la forma più pura della virtù dei viri.

VIRTVS che cessa di chiedere il corpo per la battaglia.
VIRTVS che chiede il corpo per la parola.

E il corpo, quando l’uomo è davvero un uomo, risponde.

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Chi è l’uomo VIRTVS oggi?

C’è un uomo, oggi, che porta questa virtù dentro la carne.

Cercalo dove la parola data costa sacrificio.

Il guerriero da palestra, l’avventuriero da rivista, il manager con la copertina sul muro, costoro hanno il muscolo, il titolo, la foto.

Tutte cose che si comprano e si rinnovano.

L’uomo che porta VIRTVS è altro.
È l’uomo che paga di persona, quando il prezzo arriva.

Non manda un’email, cerca il faccia a faccia.
le cose vuole dirtele guardandoti negli occhi.

Quando la linea cede lui è il primo uomo davanti, mai l’ultimo dietro.

Quando un amico ha sbagliato, lo dice all’amico in faccia, anche a costo di perderlo. Mai lascia che il silenzio degli altri faccia il lavoro che spetta a lui.

Quando ha dato la parola, la mantiene. Anche se mantenerla è diventato costoso.

Una parola data è una pietra posata. Si paga, mai si toglie.

L’uomo che porta VIRTVS sa che il corpo serve. Ma lo sa nel modo dei romani.

Il corpo, per lui, non è strumento di vanità.
Non è argomento di palestra.
Non è fotografia da mostrare.

Il corpo è riserva da spendere quando la mente, da sola, non basta.
È la sua disciplina che lo tiene in piedi mentre gli altri cedono.

C’è un altro segno.

L’uomo che porta VIRTVS ha visto la paura.
Una volta. Due. Dieci.
L’ha vista in se stesso, oltre che negli altri.

Con la paura ha imparato a parlare. La riconosce quando arriva. Sa nominarla. Sa dirle: stai ferma, ora si lavora, dopo riposeremo insieme.

Per questo, davanti alla decisione difficile, lui non balbetta.

La decisione resta difficile.
Ma lui ha già attraversato quel corridoio dieci volte, e sa dove sta la maniglia.

L’ultimo segno è il più sottile.

L’uomo che porta VIRTVS sa quando è il momento di non combattere.
Manlio Torquato uccise il figlio per disciplina, e la sua casa rimase muta vent’anni.

VIRTVS senza CLEMENTIA è una lama che taglia anche la mano.

Per questo l’uomo maturo che porta questa virtù ha vicino, sempre, almeno un uomo a cui può chiedere: ho ragione, qui, o sto solo combattendo per orgoglio?

E ascolta la risposta.
Anche quando non gli piace.
Soprattutto quando non gli piace.

L’anello chevalier per l’uomo VIRTVS

C’è una collezione di anelli che porta il nome di ciò che Roma ha lasciato in eredità ai propri figli.

Si chiama MOS MAIORVM. Il costume degli antichi.

Otto anelli per le otto virtù che reggevano la Repubblica come otto colonne reggono il tempio.

VIRTVS è uno di loro.

Quest’anello sigillo è per l’uomo che ha tenuto la linea.

Per l’uomo che ha pagato di persona quando il prezzo è arrivato.

Per l’uomo che sa cosa costa la parola data, e la mantiene lo stesso.

Macte virtute esto.

Sii accresciuto in virtù.

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