Anello Chevalier CLEMENTIA

anello chevalier clementia collezione mos maiorum vista frontale su marmo tempio romano

Anello Chevalier CLEMENTIA
Ispirato alla settima delle virtù del Mos Maiorum.

La mano che ha il potere di distruggere o scegliere di aprirsi.
CLEMENTIA appartiene a chi ha già vinto.

Solo chi tiene la spada nel corpo del nemico può decidere di estrarla senza girare la lama.

Scipione restituì la sposa e ottenne millecinquecento cavalieri.
Marcello pianse sulla collina di Siracusa prima di dare l’ordine.
Augusto perdonò i nemici e li legò a uno scopo.

Il perdono senza cicatrice è elemosina.
Il perdono di chi conosce il pugno è l’alleanza più duratura che esista.

anello chevalier clementia collezione mos maiorum vista tre quarti su marmo tempio romano

Scena I la mano aperta

EFESTO:
Le altre sei entrano con il ferro addosso.
Tu entri con le mani aperte.
Come chi si arrende.

CLEMENTIA:
Come chi ha già vinto.

EFESTO:
Spiegami.

CLEMENTIA:
La mano chiusa è la mano che colpisce.
La mano aperta è la mano che ha già colpito e sceglie di fermarsi.

Solo chi ha il pugno alzato può aprire la mano.
Solo chi ha la spada nel corpo del nemico può decidere di estrarla senza girare la lama.

Io esisto solo nel momento della vittoria.
Prima sono inutile.
Durante sono assente.
Dopo sono la scelta più vasta che il potere conosca.

EFESTO:
E chi non ha il potere?

CLEMENTIA:
Chi non ha il potere non può esercitarmi.

Il debole che perdona non sta perdonando sta subendo.
Lo schiavo che non colpisce il padrone non è clemente, è in catene.

Io appartengo al forte.
Solo al forte.
Al braccio che ha la forza di spezzare e sceglie di posare.

Questo è ciò che Roma sapeva e il mondo ha dimenticato.
La misericordia del debole è impotenza mascherata da virtù.
La misericordia del forte è il gesto più costoso dell’universo.

EFESTO:
Perché è il più costoso?

CLEMENTIA:
Perché ogni nemico risparmiato è un nemico che respira.
E il nemico che respira può tornare.
Con la spada. Con il veleno. Con il coltello nella notte.

Chi distrugge il nemico paga il prezzo del sangue una volta.
Chi risparmia il nemico paga il prezzo della veglia per sempre.

Questo è il mio costo, Fabbro.
La notte insonne.
L’occhio che resta aperto su chi hai lasciato vivere.
Il dubbio che bussa alla porta ogni mattina, e se tornasse?

EFESTO:
E tuttavia Roma ti ha messa tra le otto.

CLEMENTIA:
Perché Roma sapeva una cosa che i barbari non sapevano.

Il nemico distrutto è un nemico.
Il nemico risparmiato può diventare un alleato.

E l’alleato vale più del cadavere.
Sempre.

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Scena II la sposa

EFESTO:
Carthago Nova.
Duecento e nove anni prima di Cristo.

Scipione, il ragazzo ha appena preso la capitale cartaginese di Spagna.
In un giorno. Con l’acqua bassa della laguna come porta.
PRUDENTIA gli aveva aperto la via.

Il saccheggio.
I soldati che portano l’oro, l’argento, le armi.
E i prigionieri.

Dimmi della ragazza.

CLEMENTIA:
I soldati la portarono nella tenda del generale come si porta il trofeo migliore.

Bella.
Così bella che i centurioni abbassavano gli occhi non per pudore, per il peso della bellezza.
Una ragazza che avrebbe fatto la fortuna di un re.

Scipione aveva ventiquattro anni.
Il sangue ancora caldo dalla battaglia.
La città ai suoi piedi.
Il diritto di vittoria, il IUS BELLI, gli dava la ragazza come gli dava l’oro.

La guardò.

EFESTO:
E cosa vide?

CLEMENTIA:
Vide ciò che PRUDENTIA gli mostrava.

Chiese chi fosse.
I soldati dissero: una nobile della città. 
Promessa sposa a un principe celtibero. Allucio.

Scipione chiese di far venire il principe.

Allucio entrò nella tenda del vincitore come entra il condannato nella stanza del boia.
Le ginocchia che cedono. Le mani che tremano.
Gli occhi che cercano la ragazza e la trovano intatta, in piedi, con il vestito addosso.

Scipione parlò.

Disse: Sono un giovane come te. Per questo ho voluto parlarti da solo.
La tua fidanzata è stata trattata come l’avrebbero trattata i tuoi genitori.
Te la restituisco.

E prese l’oro che i genitori della ragazza avevano portato per il riscatto.
Lo posò nelle mani del principe.

Questo è il mio dono di nozze.

EFESTO:
L’oro del riscatto restituito come dono.

CLEMENTIA:
Il ragazzo che poteva prendere tutto, la ragazza, l’oro, il principe come schiavo e restituì tutto.

Allucio uscì dalla tenda.
Tornò nelle terre dei Celtiberi.
E portò millecinquecento cavalieri a combattere per Roma.

Millecinquecento cavalieri.
Per una ragazza restituita e una borsa d’oro.

EFESTO:
Più della spada.

CLEMENTIA:
Sempre più della spada.

La spada conquista il corpo.
La mano aperta conquista la volontà.

Il corpo conquistato aspetta la prima occasione per fuggire.
La volontà conquistata resta.

Questo è il mio gesto, Fabbro.
Non la debolezza del cuore tenero.
La forza fredda dell’uomo che calcola il prezzo della generosità e scopre che costa meno della guerra.

Scipione non restituì la ragazza perché era buono.
Scipione restituì la ragazza perché era Scipione.

L’uomo che vedeva tre mosse avanti sapeva che millecinquecento cavalieri valgono più di una notte.

Ma Fabbro ascoltami.

Se il calcolo fosse stato l’unica ragione, non sarebbe stata CLEMENTIA.
Sarebbe stata PRUDENTIA mascherata da virtù.

No.

La ragione per cui quel gesto è mio e non di PRUDENTIA è il momento.

Il momento in cui Scipione ha guardato la ragazza.
Il momento in cui il sangue della battaglia era ancora caldo.
Il momento in cui il diritto diceva prendi e il corpo diceva prendi e l’esercito diceva prendi.

E il ragazzo ha aperto la mano.

In quel momento prima del calcolo, prima dei cavalieri, prima della strategia c’è stato un battito.
Un battito solo.
In cui Scipione ha visto la ragazza come una persona e non come un trofeo.

Quel battito è mio.
Il calcolo è di PRUDENTIA.
Il battito è mio.

E senza quel battito, il calcolo non sarebbe mai iniziato.

anello chevalier clementia collezione mos maiorum vista frontale abbassato su scrivania di legno graffiato con gladio romano

Scena III le lacrime

EFESTO:
Siracusa.
Duecento e dodici anni prima di Cristo.

Marco Claudio Marcello.
Il conquistatore della spada di Viridòmaro.
L’uomo che aveva ucciso il re gallo in duello singolo con le proprie mani e aveva dedicato le spolia opima a Giove.

La guerra contro Siracusa. L’alleata di Annibale.
Due anni di assedio.
Le macchine di Archimede che bruciavano le navi romane dal porto, gli specchi, le gru, gli artigli di bronzo che sollevavano le triremi e le rovesciavano nel mare come giocattoli.

Dimmi delle lacrime.

CLEMENTIA:
Marcello stava sulla collina dell’Epipoli.

Sotto di lui Siracusa.
La più bella città del Mediterraneo.
I templi di Atena lucenti nel sole.
Il teatro greco scavato nella roccia.
Il porto grande dove le navi dondolavano come culle.

Due anni a guardarla.
Due anni a odiarla e ad amarla nello stesso respiro.

Il giorno in cui le mura cedettero il traditore aprì la porta di notte, Marcello salì sulla collina e guardò la città che stava per prendere.

E pianse.

EFESTO:
Il generale che piange prima della vittoria.

CLEMENTIA:
Le lacrime di Marcello non erano le lacrime del debole.

Erano le lacrime dell’uomo che sa cosa sta per distruggere.
Che vede la bellezza i templi, i portici, le fontane, i giardini dove Archimede disegnava nella sabbia e sa che tra un’ora i soldati entreranno e la bellezza diventerà cenere.

Piangeva perché poteva distruggere.
Piangeva perché doveva distruggere.
Piangeva perché voleva salvare e sapeva che il campo non obbedisce al cuore.

Diede l’ordine.
“Risparmiate i cittadini. Risparmiate i liberi. Prendete i beni, ma lasciate le vite.”

L’ordine di un uomo che piange e comanda nello stesso respiro.

EFESTO:
E Archimede.

CLEMENTIA:
Archimede morì.

Un soldato romano entrò nella casa.
Il vecchio era chino sulla sabbia, a tracciare cerchi con il dito.
Il soldato disse vieni.

Il vecchio disse “non disturbare i miei cerchi.”
Il soldato gli piantò la spada nella schiena.

EFESTO:
E Marcello?

CLEMENTIA:
Marcello seppe.
E il dolore fu più forte della collera.

Fece cercare la famiglia di Archimede.
La protesse.
Diede sepoltura al vecchio con gli onori del nemico.

Ma il vecchio era morto.
I cerchi nella sabbia cancellati dal sangue.

Questo è il mio limite, Fabbro.

Io vivo nel comando.
Ma tra il comando e il campo c’è il soldato.
E il soldato è una bestia che la battaglia ha svegliato.
E la bestia sveglia non ascolta la voce del padrone ascolta il sangue.

Marcello poteva piangere.
Marcello poteva ordinare.
Marcello non poteva entrare in ogni casa e fermare ogni spada.

Io sono il comando non l’esecuzione.
E tra il comando e l’esecuzione si perde tutto ciò che il cuore vorrebbe salvare.

Questa è la ferita che il vincitore porta per il resto della vita.
L’ordine dato e non rispettato.
La vita risparmiata nel decreto e presa nel campo.
I cerchi nella sabbia cancellati dalla spada dell’idiota che non ha sentito o non ha voluto sentire.

EFESTO:
E il vincitore che sa di aver perso qualcosa nella vittoria.

CLEMENTIA:
Ogni vincitore perde qualcosa nella vittoria.
Sempre.

Chi distrugge tutto perde tutto.
Chi risparmia perde il controllo sul campo, l’obbedienza del soldato, i cerchi di Archimede.

Ma ciò che risparmia vale più di ciò che perde.
Sempre.

Le lacrime di Marcello valgono più della spada che ha ucciso Archimede.
Perché le lacrime dicono: sapevo cosa stavo distruggendo.
E la spada dice: non sapevo niente.

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Scena IV il tempio

EFESTO:
Gaio Giulio Cesare.

La clemenza come arma.
La clemenza come trono.
La clemenza come tomba.

Dimmi del tempio.

CLEMENTIA:
Farsalo.
Agosto. Quarantotto anni prima di Cristo.

Cesare contro Pompeo.
Il mondo diviso in due.
La battaglia che decide tutto.

Cesare vinse.
Pompeo fuggì in Egitto dove un ragazzo gli tagliò la testa e la mise in un vaso come si mette il fico nel miele.

I pompeiani si arresero a migliaia.
E Cesare fece la cosa che nessun vincitore romano aveva fatto prima.

Li perdonò.
Tutti.

EFESTO:
Tutti.

CLEMENTIA:
Bruto il figlio della donna che Cesare amava.
Perdonato.

Cassio, il soldato duro, il romano antico, l’uomo col volto scarno.
Perdonato.

Cicerone, la voce più grande della Repubblica, che aveva scritto contro Cesare, parlato contro Cesare, cospirato contro Cesare.
Perdonato.

Marco Marcello, il console che aveva proposto di togliere la Gallia a Cesare.
Perdonato.

Ogni senatore che aveva impugnato la spada contro di lui.
Ogni generale che aveva marciato sotto le insegne di Pompeo.
Ogni voce che aveva gridato nemico pubblico nel Foro.

Perdonati.

E il Senato decretò il Tempio della CLEMENTIA CAESARIS.
La Clemenza di Cesare.
Come si decreta un tempio a un dio.

EFESTO:
E tu eri nel tempio.

CLEMENTIA:
Ero sulla soglia del tempio.
Col terrore negli occhi.

EFESTO:
Terrore.

CLEMENTIA:
Perché il Tempio della Clemenza di Cesare era la costruzione più pericolosa della storia romana.

Ogni colonna era un nemico perdonato.
Ogni architrave era un debito che non poteva essere restituito.
Ogni gradino era il ginocchio di un senatore che si era piegato e che odiava le proprie ginocchia per essersi piegate.

EFESTO:
Il debito della vita.

CLEMENTIA:
Il debito della vita è il debito più pesante del mondo.

L’uomo a cui presti l’oro ti restituisce l’oro.
L’uomo a cui presti la gloria ti restituisce il servizio.
L’uomo a cui doni la vita cosa ti restituisce?

La vita non si restituisce.
Il debito resta aperto.
Per sempre.

E il debitore che non può pagare il romano, l’uomo di DIGNITAS, l’uomo la cui misura non sopporta di essere sotto quel debitore sente la clemenza come una catena.

Perdonare è mettere l’altro sotto.
Per sempre.
Senza che l’altro possa mai risalire.

Perché risalire, pareggiarsi al benefattore significherebbe cancellare il dono.
E cancellare il dono significherebbe essere ingrato.
E l’ingrato a Roma era peggio del traditore.

Cesare aveva costruito un recinto perfetto.
I perdonati non potevano colpirlo perché sarebbero stati ingrati.
I perdonati non potevano eguagliare perché sarebbero stati arroganti.
I perdonati non potevano che restare sotto, in ginocchio, debitori per l’eternità.

E il romano, l’uomo di DIGNITAS non vive in ginocchio.

EFESTO:
Le Idi.

CLEMENTIA:
Le Idi.

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Scena V il pugnale

EFESTO:
Quindici marzo. Quarantaquattro anni prima di Cristo.
La Curia di Pompeo.
Cesare sul seggio.

Dimmi dei pugnali.

CLEMENTIA:
Ventitré colpi.

Cesare entrò nella Curia.
Come ogni mattina.
Senza guardia del corpo perché la guardia del corpo avrebbe offeso la sua clemenza.

L’uomo che aveva perdonato tutti non aveva bisogno di guardie.
L’uomo che aveva risparmiato tutti era al sicuro perché chi colpisce il benefattore è maledetto dagli dèi e dagli uomini.

Questo credeva Cesare.
Questo gli aveva detto la sua AUCTORITAS che la somma delle sue vittorie lo proteggeva.
Questo gli aveva detto la sua DIGNITAS che la misura del suo posto era al di sopra del pugnale.

Ma il pugnale non ascolta la somma.
Il pugnale ascolta il debito.

EFESTO:
Bruto.

CLEMENTIA:
Bruto per primo.

L’uomo che Cesare aveva salvato a Farsalo.
L’uomo che Cesare aveva nominato pretore.
L’uomo che Cesare amava come un figlio perché forse era un figlio, il sangue della donna che aveva amato per trent’anni.

Bruto alzò il pugnale.

E Cesare in quel battito non vide il pugnale.
Vide il volto.

Tu quoque, Brute, fili mi!
Anche tu Bruto, figlio mio!

E Cesare cadde.
Ventitré colpi.
Ai piedi della statua di Pompeo l’uomo che aveva sconfitto, l’uomo la cui testa era stata tagliata in Egitto.

Il sangue di Cesare ai piedi della statua del nemico.
Come se il nemico morto avesse avuto l’ultima parola.

EFESTO:
E tu Clementia eri nei pugnali?

CLEMENTIA:
Ero in ogni pugnale.

Ogni colpo era la risposta al dono.
Ogni lama era la restituzione del debito.
Ogni pugnalata diceva: restituisco la vita che mi hai dato perché la vita in ginocchio è peggio della morte in piedi.

Io avevo perdonato quegli uomini.
Io li avevo messi in ginocchio.
Io li avevo chiusi nel recinto della gratitudine.

E loro hanno fatto l’unica cosa che l’uomo di DIGNITAS può fare quando la CLEMENTIA lo schiaccia con il ferro.

Questo è il mio buio, Fabbro.
Il buio più profondo delle otto virtù.

Le altre uccidono il nemico.
Io creo il nemico.

La mano aperta che dona la vita è la stessa mano che pianta il seme del pugnale.
Il perdono che lega è il perdono che strangola.
La generosità del forte è l’umiliazione del debole.

E il debole un giorno smette di essere debole.
Con ventitré colpi.

EFESTO:
Allora non si perdona?

CLEMENTIA:
Si perdona.
Si deve perdonare.
Il mondo senza di me è la botte di chiodi di Regolo, brutalità eterna, vendetta senza fine, sangue che chiama sangue.

Ma si perdona con la sapienza.
E la sapienza dopo Cesare ha un nome.

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Scena VI le cicatrici

EFESTO:
Augusto.
Dopo Azio.

L’uomo che aveva visto il corpo di Cesare.
L’uomo che aveva visto i pugnali.
L’uomo che aveva imparato.

Dimmi cosa ha imparato.

CLEMENTIA:
Cesare perdonava e lasciava libero.
Il perdonato tornava nella stanza con il debito nel petto e il pugnale nel mantello.

Augusto perdonava e legava.
Il perdonato riceveva una carica. Un compito. Un posto nel nuovo ordine.

EFESTO:
Spiegami la differenza.

CLEMENTIA:
Cesare diceva: ti dono la vita vai.
Il perdonato usciva con il debito e basta.
Il debito senza il legame.
La catena senza l’anello.

Augusto diceva: ti dono la vita e adesso lavora.
Il perdonato usciva con il debito e con uno scopo.
Il debito con il legame. La catena con l’anello.

Il nemico di Cesare perdonato restava il nemico di Cesare.
Con nient’altro da fare che ruminare il debito.

Il nemico di Augusto perdonato diventava il funzionario di Augusto.
Con un compito. Un ruolo. Un posto nella macchina.

E l’uomo che ha un posto nella macchina non distrugge la macchina.
Perché distruggere la macchina significa distruggere il proprio posto.

EFESTO:
La clemenza che integra.

CLEMENTIA:
La clemenza che costruisce.

Cesare perdonava come il re perdona il suddito dall’alto.
Augusto perdonava come il fabbro integra il ferro nel meccanismo con uno scopo.

Il perdono senza scopo è l’elemosina.
Il perdono con uno scopo è l’alleanza.

E l’alleanza, Scipione lo sapeva con la sposa di Cartagena, vale più della conquista.

EFESTO:
Ma Augusto non era innocente.
Aveva proscritto. Aveva ucciso. Aveva firmato le liste della morte con Ottaviano prima di diventare Augusto.

CLEMENTIA:
Cicerone era nelle liste.
La testa di Cicerone l’uomo che Cesare aveva perdonato, inchiodata alla tribuna del Foro.

Augusto lo sapeva.
Sapeva che le mani che perdonavano dopo Azio erano le stesse mani che avevano firmato le proscrizioni.

E in questo, in questa cicatrice c’è la lezione.

L’uomo che ha ucciso sa il prezzo del sangue.
L’uomo che ha firmato le liste sa il costo della vendetta.
L’uomo che ha visto la testa inchiodata sa che la prossima testa potrebbe essere la sua.

Cesare non aveva mai pagato il prezzo del sangue.
Cesare aveva solo vinto.
E chi ha solo vinto non conosce il peso della mano che colpisce.

Augusto aveva pagato.
Aveva firmato. Aveva ucciso. Aveva visto il risultato.
E il risultato era una città piena di vedove e di orfani e di occhi che non dimenticano.

La CLEMENTIA di Augusto non era la CLEMENTIA dell’innocente.
Era la CLEMENTIA dell’uomo che ha toccato il fondo e sa che il fondo è un luogo dove non vuole tornare.

Questo è il mio insegnamento, Fabbro.

La clemenza più forte non viene dal cuore puro.
Viene dalla cicatrice.

L’uomo che non ha mai colpito non sa cosa costa colpire.
L’uomo che ha colpito e ha visto il sangue, e ha sentito il peso, e ha portato il ricordo quell’uomo sa perché la mano si apre.

Si apre perché si è chiusa.
Si apre perché conosce il pugno.
Si apre perché il pugno costa più della mano aperta.

Questa è la mia forma più alta.
La clemenza della cicatrice.
Il perdono di chi sa cosa significa non perdonare.

anello chevalier clementia collezione mos maiorum vista tre quarti su scrivania di legno scuro e mantello consolare

Scena VII il sigillo

EFESTO:
Rettangolo.

Come la mano aperta che non ha punta, non ha lama, non ha taglio.
Il vincitore guarda il vinto e il pollice può salire o scendere.

Come l’anello nuziale, perché la clemenza, come il matrimonio, è il patto tra due che scelgono di non distruggersi.

Roccia sulla testa del sigillo.
La pietra levigata dall’acqua.

Perché la clemenza non si scolpisce si erode.
Si forma col tempo. Con le cicatrici. Con il sangue versato e il sangue risparmiato.

Ogni venatura è una ferita data o ricevuta.
Ogni irregolarità è il punto dove la mano si è fermata.

CLEMENTIA incisa col coltello.

Il perdono è un taglio come la spada è un taglio.
Solo che taglia la catena invece della carne.

Il gambo parte stretto dal basso e sale largo.

Come il braccio che scende con la spada e si apre nella mano.
Come il fiume che parte dalla gola stretta della montagna e si allarga nella pianura.
Come il respiro del vincitore dopo la battaglia, stretto nel petto, poi largo, poi libero.

Tagli netti su tutto il corpo dell’anello.

Come i ventitré colpi, perché chi porta la clemenza deve ricordare il prezzo.
Come le lacrime di Marcello, una per ogni tempio che non ha potuto salvare.
Come le cicatrici di Augusto il segno delle mani che hanno firmato le liste prima di aprirsi nel perdono.

Parla a chi lo porterà al dito.

CLEMENTIA:
Hai il potere di distruggere.
Lo senti nelle mani. Nella voce. Nel peso del tuo posto nel mondo.

Potresti chiudere il pugno e qualcuno cadrebbe.
Potresti girare la lama e qualcosa morirebbe.

Lo sai.
E chi ti sta intorno lo sa.

Porta questo anello.

Come Scipione portava la mano aperta nella tenda del vincitore.
Come Marcello portava le lacrime sulla collina di Siracusa.
Come Augusto portava la cicatrice delle proscrizioni sotto la toga della pace.

Portalo come segno della scelta.

La scelta di fermarti quando potresti colpire.
La scelta di aprire quando potresti chiudere.
La scelta di costruire con il nemico ciò che la guerra da sola non sa costruire.

Ma sappi questo.

La mano aperta è la mano esposta.
Il palmo che dona è il palmo dove il coltello entra.
Il perdono che dai può tornare come il pugnale delle Idi.

Perdona lo stesso.

Perdona ma lega.
Come Augusto legava il perdonato a uno scopo.
Perdona ma guarda.

Come PRUDENTIA guarda il campo dopo la battaglia.
Perdona ma ricorda.

Che la clemenza del padrone è il veleno del servo.
Che il perdono dall’alto è la catena dal basso.
Che l’uomo in ginocchio ti perdona il giorno in cui ti mette in ginocchio.

Perdona da pari.
Come Scipione ha parlato ad Allucio, sono un giovane come te.
Da pari. Da uguale. Da uomo a uomo.

Perché il perdono tra pari è l’alleanza.
E l’alleanza dura.

Il perdono dall’alto è l’elemosina.
E l’elemosina crea il pugnale.

E quando il momento arriverà, quando il nemico sarà in ginocchio e la spada sarà nel tuo pugno e il diritto dirà colpisci, e il sangue dirà colpisci, e il campo dirà colpisci.

Ricorda Scipione.
Ricorda la sposa restituita.
Ricorda i millecinquecento cavalieri.

Apri la mano.

Il gesto costerà più della spada.
Costerà la notte insonne e il dubbio e l’occhio che veglia.

Ma ciò che costruisce vale più di ciò che distrugge.
Sempre.
Come Roma ha costruito.
Un perdono alla volta.
Per mille anni.

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Il sigillo CLEMENTIA: vittoria e perdono

Forma Rettangolare, dimensione testa 16×14 mm .
Angoli smussato e morbidi come autorità con eleganza.

Corpo a fascia, 6 mm sotto che cresce e si allarga fino alla testa.
Due linee, il confine tra la tua clemenza e il colpo finale.

Finitura in marmo irregolare e incisione CLEMENTIA scolpita a mano.

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Se l’anello non è conforme alle tue aspettative: reso immediato, senza chiedere spiegazioni.
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METALLO: argento artigianale 925%.
STRUTTURA: fatti su misura in relazione al dito, misura e dimensione mano.
FINITURA: marmo Antica Roma ossidato con incisione a coltello irregolare.

PAGAMENTO:
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