Anello Chevalier Numa

anello chevalier Numa Pompilio vista tre quarti su roccia bagnata

Anello Chevalier Artigianale Numa Pompilio.
Terzo anello della collezione Roma Aeterna.
Argento 925%
Testa ovale 16×14 mm
Prototipi disponibili per scelta misura.
Pagamento Paypal instantaneo o 3 rate – Heylight Compass da 3 a 12 rate.
Spedizione DHL luxury assicurata 100%
Prezzo 349,00 euro.

Numa ti racconta la sua storia

Efesto:
Salve Numa, qui è Efesto che parla.

Nella grotta, prima che Egeria parlasse, nel momento esatto in cui eri fermo e non era ancora arrivata nessuna parola, dimmi cosa sentivi. 
Non Egeria. 
Il silenzio che la precedeva.
Come era fatto quel silenzio?

Numa:
Efesto. 
Tu conosci il calore prima che la fiamma diventi visibile. Conosci la tensione del metallo un attimo prima che ceda. 

Il silenzio in quella grotta non era vuoto.
Era una sostanza fisica, densa, che premeva contro la pelle.

C’era l’odore della terra bagnata e del muschio freddo.
C’era l’umidità della roccia che non vede mai il sole.
C’era il suono dell’acqua che filtrava dalla pietra, goccia dopo goccia, indifferente a chiunque fosse lì ad ascoltarla. 

Il silenzio era il momento in cui il rumore del mondo, e il rumore del mio lutto per Tatia, smetteva di sbattere contro le pareti e si depositava sul fondo.
Come la terra in una pozza quando smetti di agitare l’acqua. Finché l’acqua non diventa trasparente.

Ha richiesto tempo.
Non si entra in quel silenzio per decisione.
Ci si entra per sfinimento. Ho dovuto restare fermo abbastanza a lungo da smettere di aspettare una risposta.

Finché chiedevo qualcosa, finché cercavo sollievo, la grotta restava una grotta buia.
Il silenzio è diventato quello che era solo quando ho accettato che potesse non uscirne mai nulla. 

Quella è la misura dell’attesa. L’abbandono di ogni intenzione. 

Quando il metallo è nella tua fucina, Efesto, c’è un istante esatto prima che tu alzi il martello.
L’istante in cui la materia è incandescente, ha perso la sua vecchia forma, ma non ha ancora preso quella nuova.

È pura, terribile disponibilità. 

Ecco. Il silenzio prima di Egeria era fatto di quello. 

Non sapevo cosa sarebbe successo un respiro dopo.

anello chevalier Numa Pompilio vista laterlae su roccia bagnata

Efesto:
Tatia è morta.
Sei andato nel bosco. Nel bosco hai trovato Egeria, o Egeria ti ha trovato, o il bosco ti ha insegnato ad ascoltare. 

Se Tatia non fosse morta, se fosse ancora viva, se tu fossi ancora il marito di Cures, saresti mai entrato in quella grotta?

Numa:
No. 
Non sarei mai entrato.

Tatia era la ragione per cui stavo tra gli uomini. Finché c’era lei, la superficie del mondo era sufficiente.
La terra di Cures, il ciclo delle stagioni, la casa. 
Non avevo bisogno di ascoltare cosa c’era sotto il rumore, perché il rumore della mia vita mi andava bene. 

Se fosse vissuta, sarei invecchiato come un uomo pacifico.
Sarei morto come un marito sabino. 
Roma avrebbe dovuto cercare la sua anima altrove, o farne a meno.

Quando morì, non ci fu più ragione di restare in superficie. 
Il bosco non è stato una vocazione. È stato il luogo dove le pareti della casa non potevano più ricordarmi chi non c’era.

Sono sceso nella grotta perché era buia, fredda e silenziosa, e corrispondeva esattamente a ciò che restava di me. 

Il bosco mi ha dato un’altra ragione. Non la stessa. 

Tu forgi, Efesto. Lo sai.
Il metallo intatto non cambia forma. 
Per diventare qualcosa che può reggere il peso di quarantatré anni di pace, la vecchia forma deve prima essere spezzata. 

Non ho cercato la sorgente. Sono caduto nella sorgente. 
E lì, nel punto più basso, l’acqua ha cominciato a parlare.

anello chevalier Numa Pompilio vista tre quarti su roccia bagnata

Efesto:
Io lavoro con il metallo e so che certe cose non si vedono finché non le porti al calore giusto.

Dimmi, Numa: Egeria era reale? Non per Roma, non  per il popolo.

Per te, nell’unico momento in cui non sei il re, non sei il legislatore, sei solo l’uomo nella grotta al buio. 

Cosa c’era nella grotta?

Numa:
Se ti dicessi che era una divinità fatta di carne e acqua, ti mentirei. 
Se ti dicessi che era solo la mia mente spezzata che inventava una voce per non impazzire, ti mentirei con la stessa esattezza. 

Nella grotta c’era l’acqua. C’era la roccia. C’era il buio. 
E c’era una chiarezza che non mi apparteneva. 

Io ero un agricoltore sabino. Un uomo che conosceva il ciclo delle stagioni e il peso della terra. 
Ma nel buio di quella grotta ho sentito l’architettura di un intero popolo. 

Qualcuno dirà che ho finto e ho usato il nome di una ninfa per costringere un popolo di lupi e pastori ad accettare leggi che altrimenti avrebbero deriso. 

Stavo mentendo o stavo ascoltando? 

Nel punto più profondo di quella grotta, non so se esista differenza. 

Il canale non si chiede se l’acqua che lo attraversa sia pioggia o sorgente sotterranea.
Il canale lascia passare l’acqua.

Non conosco la natura esatta del calore che mi ha trasformato in quella grotta.
Ma so cosa è stato forgiato. 

Quando tiri fuori dalla tua fucina uno scudo che non può essere scalfito, Efesto, ti fermi a chiederti se la fiamma avesse un nome, o guardi se il metallo regge il colpo?

anello chevalier Numa Pompilio vista frontale su gradini tempio romano

Efesto:
Guardo se il metallo regge il colpo Numa.

Hai scritto ventiquattro libri. Li hai sepolti con te invece di lasciarli agli uomini. 
Poi qualcuno li ha trovati e li ha bruciati.
Ma prima del fuoco, nel momento in cui hai deciso di seppellirli invece di conservarli, mi chiedo cosa hai pensato.

Che la verità fosse troppo pericolosa e gli uomini non fossero pronti? 
O che la verità non sopravvivesse alla traduzione in parola scritta? 

Numa:
Fai bene a guardare il metallo, Efesto. 
Se il metallo non regge, il nome della fiamma non ha alcuna importanza.

Non era paura che gli uomini non fossero pronti. 
Gli uomini non sono mai pronti per ciò che sta sotto la superficie, eppure ci camminano sopra ogni giorno. 

È  più spietata di una questione di traduzione. 

Ogni spiegazione del sacro lo svuota. 

Nei libri avevo scritto le ragioni. La filosofia profonda dietro ogni rito, la natura degli dèi, il motivo esatto per cui il tempo doveva essere diviso in quel modo e il fuoco custodito in quell’altro.
Avevo messo in parole ciò che la grotta mi aveva dato in silenzio. 

Ma se io avessi lasciato quei libri agli uomini, sai cosa sarebbe successo? 

Se lascio a Roma le Vestali e un fuoco, i Romani sanno che c’è una fiamma che non deve spegnersi. 
Hanno un’azione da compiere. 
Hanno una promessa fisica da mantenere. 

Il rito lavora su di loro, li unisce, li struttura, anche se non sanno esattamente perché. 

Se invece lascio a Roma un libro che spiega perché il fuoco non deve spegnersi, i Romani smetteranno di alimentare il fuoco e inizieranno a discutere il libro.

I sacerdoti diventeranno filosofi.
I politici useranno le mie parole per giustificare le loro guerre. 
La mente prenderà il posto del rito. 
E una volta che razionalizzi il sacro, lo hai ucciso. La struttura crolla.

La verità si conserva nella terra, Efesto. Come le radici.
Se tiri fuori una radice alla luce del sole per mostrare a tutti come fa a nutrire l’albero, la radice secca. E l’albero muore. 

Li ho sepolti nel Gianicolo perché dovevano tornare alla terra. Erano il mio tentativo di capire, ma non dovevano diventare il manuale di Roma. 

Quattro secoli dopo, l’acqua li ha riportati alla luce. Il Senato li ha letti, ne ha avuto terrore, e ha votato per bruciarli. 

È stata una perdita?
Sì. Erano il lavoro della mia vita. 
Il fuoco ha completato ciò che io avevo iniziato con la terra. 

Tu forgi armi, Efesto. Quando consegni una spada a un guerriero, gli incidi forse sulla lama la formula esatta della temperatura a cui hai fuso il metallo o gli dai l’arma in silenzio, sapendo che il suo unico compito è non farla spezzare?

Io ho lasciato a Roma lo scudo. 
Ho sepolto le istruzioni.

anello chevalier Numa Pompilio vista frontale su incudine di ferro antico

Efesto:
Gli consegno l’arma in silenzio Numa.
Se c’è necessità di utilizzare le parole, quell’uomo non è pronto per l’arma.

Il tempio di Giano. Quarantatré anni di porte chiuse. 
Il giorno dopo la tua morte, Tullo Ostilio le ha riaperte. 

Lo sapevi che sarebbe accaduto? E se lo sapevi che la pace moriva con te, cosa dava senso a quarantatré anni di lavoro per qualcosa che non avrebbe sopravvissuto a te di un’ora?

Numa:
Efesto. Hai battuto il martello due volte sullo stesso punto. 
È qui che si nasconde la vera natura del mio lavoro.

Sì. Lo sapevo.
Sapevo che le porte si sarebbero aperte non appena il mio corpo fosse stato calato nella terra.

Non ho mai avuto l’illusione di trasformare i lupi in pecore. 
Roma era nata dal sangue di un fratello e dal rapimento di donne straniere. 

Se avessi cercato di estirpare la ferocia da Roma, l’avrei resa debole, e i popoli vicini l’avrebbero spazzata via.I quarantatré anni di porte chiuse non erano il fine. 
Erano il mezzo. 

Romolo aveva colato il metallo. Era incandescente, instabile, letale.
Se fosse stato scagliato subito contro il mondo, o se fosse stato lasciato raffreddare troppo in fretta, si sarebbe frantumato al primo impatto. 

Roma si sarebbe consumata nelle sue stesse guerre civili prima ancora di diventare una città.

Io non ho portato la pace per farla durare in eterno. 
Ho portato la pace perché mi serviva tempo per costruire lo stampo. 

Ho usato quei quarantatré anni per dare a quel metallo fuso una struttura interna.
Le corporazioni per fondere Romani e Sabini.
I giorni fasti e nefasti per dare un ritmo che non fosse solo quello della spada. 
Il fuoco di Vesta per dare un centro che non potesse essere spostato. 

Quando Tullo Ostilio ha riaperto le porte di Giano il giorno dopo la mia morte, la pace è finita.
Ma l’uomo che è uscito a fare la guerra non era più il predone di Romolo.

Era un legionario. 
Aveva un’infrastruttura sacra alle spalle. 
Sapeva che, mentre lui uccideva, qualcuno a Roma manteneva acceso il fuoco per lui. 
Sapeva che c’era un ordine cosmico più grande della sua singola battaglia.

La pace è morta con me, sì. Ma l’anima che la pace ha permesso di forgiare è sopravvissuta per mille anni. 

Quando tu immergi una lama rovente nell’olio per temprarla, Efesto, la lama non resta nell’olio per sempre. Ci resta solo il tempo necessario perché la sua struttura cambi.
Poi la tiri fuori, e la mandi a tagliare. 

Io sono stato l’olio. Tullo Ostilio è stato la mano che ha tirato fuori la lama. 

Non si piange l’olio quando la spada va in battaglia. 
Ha fatto il suo lavoro.

anello chevalier Numa Pompilio posizionato all'indice della mano destra

Efesto:
Sono pronto a forgiare il tuo anello Numa.
La forma a otto, lo scudo bilobato, l’ancile che è caduto dal cielo nelle tue mani durante la pestilenza.
Non hai messo l’originale in una fortezza. 

Ne hai fatto undici copie identiche e hai mescolato l’originale tra i duplicati. 
La protezione di Roma non era nella forza, era nell’indistinguibilità. 

Racconta tu stesso Numa, a chi sta leggendo ora le tue parole, chi porta questo anello, il tuo anello, cosa porta? Cosa ti rappresenta in chi lo indossa?

Numa:
Forgialo, Efesto. E mentre il metallo si raffredda, lascia che chi lo indosserà ascolti.

Chi porta questo anello non porta il simbolo di una conquista. 
Non porta il ricordo di un nemico abbattuto o di un confine tracciato col sangue. 

Porta qualcosa che è caduto dall’alto quando la città stava morendo di peste e nessuno sapeva cosa fare. Porta un dono che non è stato meritato, ma ricevuto. 

Quando l’ancile cadde ai miei piedi, capii subito il pericolo. 
Se metti il sacro in una fortezza, gli dai un perimetro.
Se gli dai un perimetro, dai al nemico un bersaglio. 
Tutto ciò che viene chiuso a chiave, prima o poi, viene rubato o distrutto. 

Così chiamai il fabbro di Roma. 
Gli feci battere il metallo finché non creò undici scudi identici. 
Poi li mescolai.
Li mescolai così bene che, alla fine, nemmeno io sapevo più quale fosse quello caduto dal cielo e quali quelli nati dal fuoco umano. 

Chi indossa questo anello porta questa esatta legge: la vera invulnerabilità non è la corazza.
È l’indistinguibilità. 
È nascondere la tua verità più profonda in piena vista, moltiplicandola, fondendola con il mondo, finché chi vuole colpirti non sa più dove mirare. 
Il sacro è al sicuro solo quando è ovunque e da nessuna parte.

All’interno dell’anello, dove il metallo tocca la carne e nessuno può leggerlo tranne chi lo indossa, c’è una parola. 

Silentio.

Non è un invito a tacere. È un ablativo. È il mezzo. 
Significa: attraverso il silenzio. Nel silenzio. 

Chi porta questo anello accetta di essere l’architettura invisibile. 
Accetta di fare il lavoro che tiene in piedi la casa, sapendo che gli uomini lodano il tetto e dimenticano le fondamenta. 
Accetta di non dover dimostrare a nessuno di essere l’originale. 

Chi porta questo anello sa fermarsi quando tutti corrono. 
Sa chiudere le porte quando tutti vogliono aprirle.
 Sa aspettare che il rumore si depositi sul fondo, finché l’acqua non torna trasparente e la voce giusta comincia a parlare.

Indossalo. 
Non per colpire. 
Per far sì che la città non cada.

anello chevalier Numa Pompilio posizionato all'anulare della mano sinistra

Struttura

Anello chevalier con forma quasi ovale che richiama il numero 8.
Riprendo esattamente come Ancile.

Il lato lungo misura 16 mm.
Il lato corto 14 mm.

Ci sono 6 sfere dentro lo scudo di grandi dimensioni con sfondo irregolare, graffiato.
Questo sfondo può essere al naturale ruvido, oppure nero opaco.

Al centro c’è l’ovale più piccolo con i due simboli e le due sfere.

Intorno allo scudo c’è il bordo rialzato e scolpito con 12 sfere.

La finitura può essere lucida, satinata o totalmente ossidata e annerita.

anello chevalier Numa Pompilio vista frontale su gradini tempio romano

Acquista 349,00 Anello Chevalier Numa Pompilio

METALLO: argento artigianale 925%.
STRUTTURA: fatti su misura in relazione al dito, misura e dimensione mano.
FINITURA: marmo Antica Roma ossidato con incisione a coltello irregolare.

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