Anello Chevalier Romolo

Anello chevalier Romolo, il CONDITOR.
Secondo anello della collezione Roma Aeterna.
Argento ossidato 925%.
Testa quadrata 16×16 mm.
Finitura marmo antico e incisione a coltello con carattere latino fatto a mano.
Prototipi disponibili per scelta misura.
Pagamento Paypal instantaneo o 3 rate – Heylight Compass da 3 a 12 rate.
Spedizione DHL luxury assicurata 100%
Prezzo 349,00 euro.

Romolo ti racconta la sua storia

anello uomo argento Romolo collezione Roma Aeterna GV Rings poggiato su terra scura vista frontale seduto

Efesto: 
Romolo.
Solo questo.
Non Conditor. Non Quirinus. Non Pater urbis.
Il nome che Faustolo ti gridava quando il fango ti arrivava ancora alle ginocchia.


Anch’io sono stato gettato. Era non sopportava di guardarmi, un figlio storpio non si tiene nell’Olimpo.
Mi ha scaraventato giù. Sono caduto in mare.
Le Nereidi mi hanno raccolto sotto la loro tenda nove anni.


Tu nel Tevere. Una cesta di vimini. Una lupa.
Acqua e tana sono la stessa cosa. Il bordo esterno del mondo, dove il cucciolo che il palazzo ha rifiutato trova un fianco animale a cui appoggiarsi.

Prima delle mura.
Prima del solco.
Prima del Senato.

La pelliccia ruvida. Il respiro che puzza di sangue secco. La lingua sul volto.
Io non ho mai più dimenticato il sale. Quarant’anni di fucina non lo hanno tolto dalla bocca.
Romolo, quando il Palatino tace e i patres dormono, la tua mano cerca ancora la pelliccia della lupa?

Romolo:
Nessuno usa più quel nome. 

I patres mi chiamano re, tenendo le mani coperte dalle toghe. 
I pastori mi chiamano padre, perché hanno bisogno di crederlo.
Tu mi chiami come mi chiamava la terra bagnata prima che io la tagliassi. 

Il sale sulla tua lingua. Il sapore del latte crudo e del sangue secco sulla mia.
L’Olimpo e Alba Longa. 
Hanno cercato di annegarci prima che potessimo stare in piedi, perché l’acqua cancella le tracce e non lascia cadaveri.

Hanno sbagliato.
L’acqua non uccide chi è destinato a forgiare. 

Mi chiedi se la mia mano cerca la pelliccia.
Sì. 
La cerca. 

Di notte. 
Quando il fuoco di Vesta brucia basso. Quando il Palatino è solo un mucchio di pietre fredde tenute insieme dalla mia volontà. 

Quando i cento padri che ho creato dormono nelle loro case sicure e sognano il giorno in cui non ci sarò più a tenerli dritti. 

In quel buio, la mia mano scende dal letto. Non cerca l’elsa della spada. Non cerca lo scettro. 
Cerca il buio della tana. Cerca il pelo ruvido.

Cerca il calore di una bestia che non mi ha chiesto da dove venissi prima di sfamarmi. 
La lupa non aveva bisogno di un solco. La tana era il confine. Fuori c’era la morte, dentro c’era il respiro. 

Ho costruito un mondo intero, Efesto.
 Mura. Leggi. Un asilo per tutti i disperati della terra. 
Ma non c’è un solo angolo in questa città che sia sicuro come il fianco di quella bestia.

E c’è un’altra cosa. 

Nella tana non ero solo. Quando la mia mano cerca la pelliccia nel buio, tocca un’altra spalla. 
Piccola. Calda. Che respirava allo stesso ritmo del mio. 

Poi mi sveglio. Guardo le mie mani. E so che sono le stesse mani che hanno tenuto la pietra sul pomerium. 

Tu hai il sale. Io ho il pelo ruvido sotto i polpastrelli.
 È il marchio di chi è stato sputato dal mondo e ha dovuto costruirne uno con la forza dei polsi. 

Ma al mattino, tu accendi la fucina. E io esco a guardare il muro. 

Non si torna nell’acqua. Non si torna nella tana. 
Si batte il ferro. Si difende la linea.
Scena

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Efesto:
La spalla piccola che hai nominato. La lascio dove l’hai messa. 
Non sono io che sposto le pietre del tuo muro.
Ma le tue mani.

Le mie sono callose perché batto.
Le tue perché tieni. 

È la stessa pelle bruciata dal mestiere.
Il mio: il fuoco. Il tuo: il gregge, l’aratro, il pomolo della spada.  

Vent’anni di pane e formaggio prima della selvaggina al banchetto. 
Vent’anni di stelle prima del soffitto della reggia.
Una banda di ragazzi sporchi di fango che ti seguiva sul Palatino perché eri il primo a buttarti addosso al lupo che entrava nel recinto.

Quei ragazzi sono vecchi o morti. O sono diventati patres con le toghe lunghe e le mani coperte.
Romolo,
quando entri nella sala del Senato, le tue mani sanno ancora quello che sapevano sopra le greggi?

Romolo:
Hai lasciato la pietra al suo posto.
ene.Chi tocca quel muro, cade. Tu lo sai.

Le mie mani. 

La pelle non è mai tornata liscia. Il callo dell’aratro è diverso dal callo della lancia.
L’aratro richiede un peso costante, continuo, sordo. 
Ti deforma il palmo dall’interno. 
La lancia è un attimo.
Una stretta, un rilascio. Le mie mani hanno la forma del peso sordo. 

I ragazzi di cui parli. I pastori. 

Loro seguivano il muscolo. 
Seguivano il primo che si lanciava nel buio quando i cani abbaiavano. 
Non c’era legge sul Palatino prima del solco. 

C’era la presenza. 
Se arretravi di un passo, non eri più il capo. 
Se stavi dritto, ti davano la vita.
Pane duro, formaggio secco, fango fino alle cosce.
Era un mondo pulito. Il sangue si lavava nel fiume. 

Mi chiedi se le mie mani sanno ancora quello che sapevano allora, quando entro in Senato. 

Lo sanno. Ma il gregge è cambiato. E i lupi non stanno più fuori dal recinto. 

Quando entro, c’è silenzio. 
È il silenzio di chi calcola. Li ho scelti io. Li ho chiamati patres. 
Ma tu e io sappiamo cos’è un padre.
Un padre è uno che ti getta nell’acqua se la tua esistenza minaccia la sua. 

Le loro mani non si vedono, Efesto. 

Sono sotto le pieghe della toga.
Cento uomini. Duecento mani coperte.

Potrebbero stringere un pezzo di pane.
Potrebbero stringere un pugnale.
Potrebbero non stringere nulla e aspettare che io invecchi. 

Le mie mani sanno che non posso più usarle come facevo tra le greggi. Se colpisco un senatore, la città crolla. La legge che ho fondato mi lega i polsi.
Ho costruito una gabbia di istituzioni per tenere dentro il mondo, e ora ci sono seduto in mezzo. 

In quel momento, le mie mani sanno una cosa precisa.
Sanno che un giorno la mia presa si allenterà. 
Sanno che un giorno, durante una rassegna, o in un tempio, o nel buio di questa stessa sala, quelle duecento mani usciranno da sotto le toghe. 

Lo so io.
Lo sanno loro. 

Tu batti il bronzo, fratello di fucina. Il bronzo non ti tradisce. Se sbagli il colpo, si piega male, ma non aspetta che tu ti volti per sgozzarti. 
La carne umana sì. 

Le mie mani lo sanno. Ed è per questo che, finché respiro, le tengo in vista.
Sopra le ginocchia. Chiuse. 
Finché non tremano, Roma sta in piedi.

anello uomo argento Romolo collezione Roma Aeterna GV Rings poggiato su terra scura vista tre quarti ravvicinato

Efesto:
Le tue mani sopra le ginocchia. Chiuse. 
Mentre duecento mani coperte aspettano che tu invecchi.
Mi fermo.
Devo chiederti una cosa che pochi possono chiedere senza essere uccisi per averla pensata.
Alba Longa.

Quando hai ucciso Amulio, il trono di tuo nonno era libero. 
Numitore lo voleva per te. La reggia era già in piedi, pietre vecchie, sale costruite da altri, una corte che sapeva inchinarsi. Avresti dovuto sederti.
Non lo hai fatto.

Hai radunato i pastori e sei sceso sul Palatino, sette colli di fango, niente mura, niente legge, niente nome. Hai scelto la terra vergine quando avevi la terra vecchia in mano.

Io capisco perché.
La fucina che Era mi aveva preparato sull’Olimpo non sarebbe mai stata mia. 
Ho dovuto fare la mia, su Lemno, con le mani che tremavano per la caduta.

Ma c’è una cosa che le notti di Lemno mi chiedono ancora, e non so rispondermi.
Se mi fossi seduto sul trono che mi spettava, anche storpio, anche rifiutato, avrei dovuto costruire una gabbia attorno a me?

Romolo, il giorno in cui hai voltato le spalle ad Alba Longa, sapevi già che avresti dovuto uccidere tuo fratello per tenere in piedi quello che andavi a fondare?

Romolo:
Alba Longa. 

Pietre vecchie. Mura già alzate. Un trono di legno levigato da generazioni di culi regali. 
Numitore me lo offriva. 
I cortigiani erano pronti a piegare la schiena davanti al pastore bastardo, purché il pastore bastardo garantisse la continuità del loro mondo. 

Se mi fossi seduto lì, Efesto, non avrei dovuto costruire la gabbia in cui mi trovo ora.
Avrei abitato la gabbia costruita da altri. Sarei stato un amministratore. Un custode.

Avrei passato la vita a difendere un confine tracciato da uomini morti prima di me. 
Tu sull’Olimpo saresti stato il fabbro di corte. Il dio storpio tollerato perché utile. 

Io ad Alba Longa sarei stato il nipote tollerato perché forte. 

Noi non siamo fatti per abitare. Noi siamo fatti per fondare. 
E chi fonda non può farlo sul pavimento spazzato di una reggia. 
Deve scendere nel fango. 

Mi chiedi se quel giorno, voltando le spalle ad Alba Longa, sapevo già che avrei dovuto uccidere mio fratello.

No. 

Non ho guardato la sua nuca, mentre scendevamo verso il Tevere, pensando al rumore che avrebbe fatto sotto la pietra. 

Eravamo in due. 
Eravamo la stessa carne sputata dall’acqua.
Credevo che avremmo tenuto l’aratro in due. 

Ma sapevo un’altra cosa. 
Sapevo come funziona il vomere. 

Quando affondi il bronzo nella terra vergine, la terra si strappa. 
Non c’è fondazione senza lacerazione.

Finché eravamo pastori, il mondo era aperto. 
Potevamo camminare ovunque. 

Ma nel momento in cui ho deciso che un pezzo di quel fango non era più fango, ma Roma, in quel momento ho creato il fuori. 

E il fuori preme. Il fuori testa la linea. 

Remo non ha capito la geometria di quello che stavamo facendo. 
Per lui eravamo ancora i ragazzi che rubavano le pecore ad Amulio.
Per lui il solco era uno scherzo, un segno nella polvere. 

Ha saltato. 

Non sapevo che avrei dovuto uccidere lui. 
Ma nel momento in cui ho messo le mani sull’aratro, sapevo che avrei dovuto uccidere chiunque avesse violato la linea.

Chiunque.
Se il confine ammette un’eccezione il primo giorno, non è un confine.
È una pozzanghera. 

Se non avessi colpito, non ci sarebbe nessuna gabbia. 
Non ci sarebbe nessun Senato. 
Non ci sarebbe nessun asilo sul Campidoglio. 

Ci sarebbero solo due vecchi pastori seduti su un colle vuoto, a guardare i popoli vicini che vengono a prendersi le nostre donne e le nostre greggi. 

Se fossi rimasto ad Alba Longa, Remo sarebbe vivo.
Saremmo principi grassi in una città vecchia. 

Ho scelto la terra vergine. 
E la terra vergine chiede un cadavere sotto la prima pietra. 

Lui ha scelto di essere quel cadavere, saltando.
Io ho scelto di essere il fondatore, colpendo. 

Non c’è un giorno in cui non veda quel salto. 
Ma non c’è un giorno in cui io abbia pensato di riempire il solco.

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Efesto:
Prima del solco c’è stato un altro momento. 
L’inauguratio sul Palatino. 

Tu da una parte, Remo dall’altra, sull’Aventino. Avete aspettato gli uccelli.

Remo ne ha visti sei. Tu dodici. Il doppio. 

Il segno inequivocabile. Il Senato degli dèi che ti dava ragione.
Quando il fuoco della fucina ha la giusta tonalità di rosso, batto. 

Se è troppo arancione, perdo il bronzo.
Se è troppo scuro, lo crepo. 

Io ho visto quel rosso mille volte. 
Ma c’è una notte ogni cento, in cui il fuoco non parla chiaro.

Sta tra il rosso e l’arancione. E io devo decidere comunque.
 
Perché il metallo si sta raffreddando. 
Perché l’incudine aspetta. 
Perché un’arma non si forgia domani.


Quella notte, batto come se il fuoco mi avesse dato il segno. E il giorno dopo, se l’arma tiene, dico a chi me la chiede: il fuoco era rosso. 

E se l’arma si spezza in battaglia, dico a me stesso: il fuoco era arancione, e io l’ho visto, e ho battuto lo stesso.

Romolo, quella mattina sul Palatino, quanti avvoltoi hai visto davvero? E quanti te ne servivano?

Romolo:
Il fuoco tra il rosso e l’arancione. Il metallo che si raffredda. L’incudine che non aspetta. 

Sì. Tu capisci. 

La tradizione scrive le cose quando le pietre sono già fredde.
Lo scrittore si siede a un tavolo, beve vino annacquato e scrive “dodici”.
La sua penna non trema. Il suo cielo è limpido. 

Il mio cielo non era limpido. 

Era l’alba. O forse il momento appena prima, quando la luce è solo una ferita grigia a est.
L’aria era umida. I pastori erano divisi.
Metà con me sul Palatino, metà con Remo sull’Aventino.

Il silenzio era di uomini pronti a scannarsi se gli dèi non avessero parlato in fretta.

Gli avvoltoi non volano in fila, Efesto. Non si mettono in riga per farsi contare da un pastore. 

Girano in cerchio. Si sovrappongono. Entrano ed escono dalle nuvole basse. 
L’ombra che proiettano sulla terra è confusa, più lenta del volo. 

Un messaggero corse su per il colle. Ansante. “Remo ne ha visti sei.”

Sei. 

Sei è un numero. È un limite.
Nel momento in cui ho sentito quel numero, ho capito che il cielo non contava nulla.

Contava la terra. Se avessi detto “ne ho visti sette”, sarebbe stata una contesa.
Sette contro sei è politica.
È una fazione contro l’altra.
È un negoziato. 

E la fondazione non si negozia. 
Mi chiedi quanti ne ho visti davvero. 

Non lo so. 
Forse dieci. Forse quattordici. Forse otto che giravano su se stessi e ingannavano l’occhio. 

Mi chiedi quanti me ne servivano. 
Me ne servivano dodici. 

Il doppio. L’incontestabile. L’assoluto.
Il numero che non ammette repliche.

Quando ho alzato il braccio e ho gridato “Dodici!”, non ho guardato il cielo. Ho guardato i miei uomini. 

Loro non hanno alzato la testa per verificare. Non gli importava di contare gli uccelli. Hanno guardato me. Hanno visto un uomo che non dubitava, e hanno alzato le lance, e hanno urlato. 
Avevano bisogno che io avessi visto dodici, perché avevano bisogno di un re, non di un contabile. 

Tu batti il metallo quando il fuoco è arancione. E se l’arma tiene, il fuoco era rosso. 

Io ho contato dodici avvoltoi nel buio. E poiché le mura sono in piedi, poiché il Senato si riunisce, poiché Roma respira e divora il mondo attorno a sé, gli avvoltoi erano dodici. 

Il risultato fa la verità del cielo. 

Se la città fosse caduta, sarei stato un bugiardo che aveva contato male.
Ma la città è qui. 
E gli dèi, Efesto, gli dèi non fondano le città.
Forniscono gli uccelli. 

Siamo noi che decidiamo quanti sono.

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Efesto:
Quando Era mi guardava sull’Olimpo, prima di gettarmi giù, io non guardavo il suo volto.
Guardavo la sua nuca quando si voltava. La piega del collo, l’angolo delle spalle, il modo in cui i capelli cadevano sulla scapola sinistra. 

Da bambino storpio ho imparato che il pericolo arriva da dietro, sempre. 
E ho imparato a leggere le nuche prima di leggere i volti.

Anni di fucina non mi hanno tolto quel riflesso. 
Ancora oggi, quando un dio entra a Lemno per ordinare un’arma, la prima cosa che vedo non è la sua faccia. È come tiene il collo.

Tu hai sentito le mie mani sopra le ginocchia, in Senato. Hai visto i pastori che ti seguono per il muscolo. Hai contato gli avvoltoi che ti servivano.

I tuoi consiglieri. 

Quelli che si alzano e ti contraddicono nelle stanze chiuse. 
Quelli che si avvicinano da dietro mentre tu osservi i lavori sulle mura.
Quelli che, per un secondo, ti danno le spalle.

Quando un uomo ti dà le spalle, cosa vede il tuo occhio prima che il tuo nome lo riconosca?

Romolo:
Tu guardi la nuca di chi ti ha gettato. 
Io guardo la nuca di chi ho abbattuto.

Quando un consigliere si alza, si gira e cammina verso la porta.
Quando un patrizio si volta per indicare un difetto nelle mura. 
Quando un uomo, per un solo secondo, mi offre la schiena. 

Non vedo il suo nome. Non vedo il suo rango. 

Vedo l’angolo. 

L’inclinazione esatta delle vertebre quando un uomo piega la testa per prendere lo slancio.
Il punto preciso in cui il collo si stacca dalle spalle, dove la pelle è tesa e l’osso è esposto. 

Il mio occhio non fa in tempo a riconoscere il volto, perché il mio braccio destro ha già riconosciuto la geometria. 
Il muscolo della mia spalla si contrae. Da solo. 

Sente il peso della pietra. 
Sente l’aria che si sposta. Sente il rumore sordo della materia che cede sotto altra materia. 

In ogni uomo che mi dà le spalle, io vedo Remo. 

Lo vedo come unità di misura.
Remo è la misura con cui il mio corpo legge ogni nuca. 

Loro mi danno le spalle perché si sentono al sicuro. 
Credono che la legge che ho scritto li protegga.
 Credono che il pomerium sia laggiù, ai piedi del colle, a tenere fuori i nemici. 

Non capiscono che il pomerium è ovunque io mi trovi. 
Quando mi voltano le spalle, io so quanto è facile. 

So quanto è sottile la linea tra un uomo che respira e un pezzo di carne che serve a tenere dritte le fondamenta. 
L’ho già fatto. 

Chi lo ha fatto una volta, sa che può farlo sempre.
Il confine non è una cosa che tracci e poi dimentichi. 
Il confine lo ritracci ogni volta che un collo si piega davanti a te.

Ma c’è un’altra cosa, Efesto. 
Tu leggi le nuche per sapere da dove arriva il colpo. 

Io guardo le nuche dei miei consiglieri e so che il colpo non arriverà da lì. 

L’uomo che mi ucciderà non mi darà le spalle. 
L’uomo  o gli uomini che mi uccideranno mi guarderanno dritto negli occhi. 
Si avvicineranno di fronte.
Con le toghe chiuse. Sorridendo. Chiamandomi padre. 

Finché mi danno le spalle, sono io che ho la pietra. 
Quando smetteranno di voltarsi, saprò che è finita.

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Efesto:
Le mogli.
Io ho avuto Afrodite, data al fabbro storpio per pietà o per scherno.

È fuggita con Ares, prevedibile. 
Ma c’è stato un momento, prima che fuggisse, in cui è entrata nella fucina di Lemno mentre io stavo battendo il metallo.

Non ha parlato. Non ha chiesto nulla. Si è seduta su un masso, vicino al mantice. 
E il fuoco si è abbassato da solo. 

Per la prima volta in vita mia ho posato il martello senza aver finito il pezzo.
Tu hai fatto rapire trenta donne. O cinquecentoventisette, dice qualcuno. 

Le hai prese durante una festa per il dio del grano sotterraneo. 
Hai chiuso le mura alle loro spalle e hai detto: sarete matrone, non schiave.

Poi i Sabini sono tornati, con le spade, per riprendersele.
La battaglia era nel luogo che sarebbe diventato il Foro.
Tu eri al centro. La pietra era già sollevata.

E sono scese in campo. Le donne. Con i bambini in braccio. Tra te e i loro padri.
Ersilia. Tua moglie. Quella che avevi rapito tu.

Romolo, il momento esatto in cui hai abbassato il braccio. 
Il secondo in cui la pietra è scesa di tre dita verso terra invece di salire verso il cielo. 

Cosa hai sentito sotto le dita, sul polso che non avevi mai sentito prima e che non avresti mai più sentito dopo?

Romolo:
C’è un momento in cui la materia smette di obbedire a noi, perché riconosce una forza più antica della nostra. 

Il Foro era fango e sangue. Non c’era ordine. I Sabini spingevano. Noi spingevamo. 

Io ero al centro. Avevo la lancia alzata. Il mio corpo era teso nella stessa geometria del solco: colpire, separare, escludere. 

Stavo per calare il colpo su un uomo che aveva la mia stessa età, il padre di una delle donne che avevo preso. 

Poi il grido. Non un grido di guerra. Un grido di madri. 

Sono scese in mezzo alle spade. Ersilia era davanti. Aveva il bambino stretto al petto. Il mio bambino.
Il bambino di Roma. 
Ma guardava me con gli occhi di Alba, di Cures, della terra fuori dalle mura. 

Mi chiedi del secondo esatto. 

Sotto le dita, il legno dell’asta è diventato freddo.
Inutile. 
Fino a un attimo prima, quell’asta era il confine della città.

Se colpivo, Roma viveva. Se mi fermavo, Roma moriva. Ma quando Ersilia si è messa in mezzo, il confine si è spostato.

 Non era più sotto i miei piedi. Era nel suo corpo. Se avessi colpito, avrei tagliato la mia stessa radice.
Le mie dita si sono allentate perché la lancia non aveva più un bersaglio. 

Sul polso, ho sentito il battito. Il mio. Forte. Furioso. E poi, spezzato.
Il polso di chi taglia è abituato al contraccolpo dell’impatto. Quando l’impatto non arriva, il muscolo trema. 

È il tremore di un’energia destinata a uccidere che deve essere ingoiata di nuovo.
Ho dovuto riassorbire la mia stessa violenza. Ha fatto male. Più di una ferita. 

La mia nuca. 

Ho passato la vita ad aspettare il colpo da dietro. Ho passato la vita a tenere il collo rigido, le spalle quadrate, per non mostrare il punto in cui l’osso è scoperto. 

In quel secondo, mentre guardavo Ersilia ferma tra le lance, ho sentito un brivido freddo scendere dall’attaccatura dei capelli fino alle scapole. 

Non era paura. 
Era nudità. 

Per la prima volta da quando ero stato gettato nel Tevere, non stavo difendendo io il mondo. 
Lo stava difendendo lei. 

Io ero il fondatore, ma in quel momento ero solo un uomo con un pezzo di legno in mano, fermato da una donna che teneva insieme due popoli con la sola presenza del suo corpo. 

Ersilia non ha chiesto pietà. Ha imposto un fatto. 
Ha detto: noi siamo il ponte. Se tagliate noi, cadete tutti.

Sulla mia nuca, in quel secondo, ho sentito il peso della città sollevarsi. Per un istante solo, non ero io a dover tenere dritto il solco. Lo stava tenendo lei. E lo stava tenendo senza uccidere nessuno. 

Non l’ho mai più sentito. 

Quando la battaglia è finita, e abbiamo fuso i due popoli, il peso è tornato sulle mie spalle. I Sabini sono entrati in Senato. Il calcolo è ricominciato. Le mani sono tornate sotto le toghe. Il mio collo è tornato rigido. 

Ma quel secondo, Efesto. Quel secondo in cui il braccio è sceso. 

È stato l’unico momento della mia vita in cui non ho dovuto essere Romolo per far esistere Roma.

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Efesto:
Pietra, ferro, avvoltoi, nuca, lancia fredda.
L’anello è qui.

L’uomo che porta l’anello del fondatore, cosa deve sapere prima di indossarlo?

Romolo:
Chi porta questo anello è chi ha tracciato una linea e l’ha difesa quando qualcuno si è avvicinato troppo.
Chi ha tenuto dritto un confine quando sarebbe stato più comodo allargarlo.
Chi conosce il peso di una decisione.
Chi ha tagliato qualcosa che amava, perché senza quel taglio il resto non stava in piedi.
Costui è il CONDITOR.
Colui che ha posato la prima pietra.
Che ha tracciato il primo solco.

Indossa l’anello.
Traccia il tuo solco.
Difendilo.

Come è scolpito l’anello romano di Romolo?

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Chevalier in forma quadrata 16×16 mm con angoli smussati.

Tutto il corpo dell’anello ha la struttura e solidità di una pietra.
La linea, il pomerium che va da destra verso sinistra al centro dell’anello.

La linea che non si può superare.

L’incisione DCCLIII e CONDITOR sono incisi a coltello irregolare.

anello uomo argento Romolo collezione Roma Aeterna GV Rings poggiato su scrivania e velo porpora vista laterale seduto

Tagli netti e profondi sui lati dell’anello si alternano come solchi profondi.
Laterale possente, autoritario, simbolo del limite invalicabile.

Non si può attraversare.
Duro come il marmo, resistente come la roccia.

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METALLO: argento artigianale 925%.
STRUTTURA: fatti su misura in relazione al dito, misura e dimensione mano.
FINITURA: marmo Antica Roma ossidato con incisione a coltello irregolare.

PAGAMENTO:
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