Anello Chevalier GRAVITAS

anello chevalier quadrato argento gravitas collezione Mos Maiorum vista su scrivania legno graffiato con gladio romano

Scena I il silenzio

CORO:
Sale il fumo dalle viscere della terra.
Il Fabbro storpio trascina il piede spezzato tra i carboni della fucina.
Stasera il ferro è freddo.
Freddo come la pietra dei censori.
Freddo come il volto di chi ha già deciso prima che la stanza cominci a parlare.

Entra senza rumore. Senza fretta.
Come entra il blocco di travertino nelle fondamenta, non cade, non rotola.
Si posa.
E il terreno sotto si assesta.

Il fuoco incontra la massa.
La fiamma incontra ciò che non brucia perché è già stato fuoco e si è fatto pietra.

Stasera nella fucina entra la seconda delle otto.

Entra GRAVITAS.
E l’aria della fucina diventa più densa.


EFESTO:
Sei la più difficile da interrogare.

Le altre rispondono. Discutono. Si difendono.
Tu stai ferma.
Come l’incudine sotto il martello, il martello rimbalza e l’incudine resta.

Dimmi cosa sei. Prima di Roma. Prima del nome.

GRAVITAS:
Il peso.

EFESTO:
Spiegami.

GRAVITAS:
Ogni corpo nel mondo ha un peso specifico.
Il legno galleggia. Il ferro affonda. La pietra resta dove la posi.

Gli uomini sono uguali.
C’è chi entra in una stanza e l’aria non se ne accorge.
C’è chi entra e l’aria si sposta.

La differenza è la densità.
Quello che hai accumulato dentro.
Quello che hai compresso nel petto giorno dopo giorno finché la carne è diventata più pesante della carne.

Sono ciò che fa la differenza tra un uomo che parla e un uomo che viene ascoltato.
Tra un uomo che ordina e un uomo che viene obbedito.
Tra un uomo che entra e un uomo che occupa.

EFESTO:
L’autorità.

GRAVITAS:
L’autorità è mia sorella , la terza. Arriverà nella tua fucina domani.

Io vengo prima.

L’autorità si esercita.
Io esisto.

L’autorità ha bisogno di un gesto, di una parola, di un titolo.
Io ho bisogno solo della presenza del corpo nella stanza.

EFESTO:
E come si accumula questo peso?
Ho visto uomini giovani leggeri come paglia e uomini vecchi leggeri come paglia.
E ho visto ragazzi che a vent’anni avevano già il peso di un console.

GRAVITAS:
Il peso si accumula in un modo solo.

Ogni volta che un uomo tiene la bocca chiusa quando tutto il corpo vuole gridare.
Ogni volta che un uomo resta fermo quando tutto il corpo vuole fuggire.
Ogni volta che un uomo sceglie la parola esatta, una,  invece delle venti che gli premono sulla lingua.

Ogni singola volta, un granello di piombo si deposita nelle ossa.

E dopo anni.
Dopo migliaia di scelte.
Dopo migliaia di parole trattenute e gesti misurati e silenzi scelti,
l’uomo diventa pietra.

E la pietra non ha bisogno di gridare per essere sentita.

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Scena II il crinale

CORO:
Il Fabbro annuisce.
Il peso. La densità. Il granello di piombo che si deposita nelle ossa.

Ma la pietra ha una memoria.
Ricorda ogni pressione che l’ha formata.

E il Fabbro cerca la prima pressione.
Quella che ha dato alla pietra la sua forma.

Cerca l’uomo che ha salvato Roma restando fermo.


EFESTO:
Dopo Canne.

L’esercito più grande che Roma abbia mai messo in campo, ottantamila uomini,  disteso nella polvere della Puglia come grano dopo la tempesta.

Annibale aveva fatto ciò che nessuno credeva possibile.
Aveva preso la legione romana, la macchina più perfetta della guerra antica, e l’aveva chiusa come si chiude il pugno intorno a un insetto.

Ottantamila morti.
Il console Lucio Emilio Paolo morto nella polvere.
L’anello di ogni cavaliere romano caduto raccolto in un moggio e rovesciato sul pavimento del Senato cartaginese.

Roma era in ginocchio.
Le madri urlavano nelle strade.
I senatori proponevano di fuggire oltremare.

E in mezzo a questo macello, il Senato richiama un uomo che aveva già insultato, umiliato, deriso.
Un uomo a cui avevano tolto il comando perché troppo lento, troppo prudente, troppo silenzioso.

Quinto Fabio Massimo.
Dimmi, Gravitas, tu eri in quell’uomo?

GRAVITAS:
Ero il motivo per cui l’avevano insultato.

EFESTO:
Spiegami.

GRAVITAS:
Prima di Canne.
L’anno prima.
Il Senato aveva dato a Fabio la dittatura perché Annibale era calato dalle Alpi come un dio della guerra e aveva già distrutto due eserciti.

Fabio marciò.
Raggiunse Annibale.
Lo seguì sui crinali, a distanza, come l’ombra segue il corpo.

Mai una battaglia.
Mai uno scontro.
Mai una lancia scagliata.


Campeggiava sulle alture. Tagliava i rifornimenti. Bruciava i raccolti dietro il cartaginese.

Annibale avanzava, Fabio avanzava.
Annibale si fermava, Fabio si fermava.
Annibale tendeva trappole, Fabio guardava da sopra e taceva.

EFESTO:
Roma impazziva.

GRAVITAS:
Roma voleva sangue.
Roma voleva vendetta per le legioni distrutte.
Roma voleva un console che cavalcasse incontro ad Annibale con la spada alzata e il grido di guerra in gola.

E invece aveva un vecchio che camminava sui crinali.
In silenzio.
Senza fretta.

Lo chiamarono Cunctator. Il temporeggiatore.
Come si chiama codardo chi non ha il coraggio di attaccare.

Il suo stesso maestro della cavalleria,  Minucio, lo accusò davanti al Senato.
Il Senato divise il comando,  metà a Fabio, metà a Minucio.

Minucio attaccò.
Annibale lo stava divorando quando Fabio scese dal crinale e lo salvò.

Minucio tornò nel campo di Fabio.
Si inginocchiò.
Chiamò Fabio padre.

EFESTO:
E Fabio?

GRAVITAS:
Niente.
Nessuna parola.
Nessun rimprovero.
Nessun te l’avevo detto, che è la frase più leggera e più velenosa che un uomo possa pronunciare.

Riprese la marcia sui crinali.
In silenzio.
Come se nulla fosse accaduto.

Questo è il mio peso, Fabbro.


La capacità di avere ragione e di tacere.
La capacità di essere insultato e di continuare a camminare.
La capacità restare fermo e di guardare il mondo che urla, agisci, corri, colpisci.

Perché la pietra sa che il vento si stanca prima della pietra.

EFESTO:
Annibale?

GRAVITAS:
Si consumò.
Come una fiamma a cui qualcuno ha tolto il legno.
Girò per l’Italia quindici anni senza mai prendere Roma.

Il temporeggiatore aveva vinto senza combattere.

E dopo Canne, quando i cadaveri di ottantamila romani che avevano attaccato erano ancora caldi nella polvere, il Senato capì cosa costava la fretta.

E richiamò il vecchio.

EFESTO:
Avere ragione prima.
Essere disprezzato per la ragione che hai.
E aspettare che il mondo ti raggiunga.

GRAVITAS:
Questo è il peso più pesante che un uomo possa portare.
Più pesante del fuoco. Più pesante dello scudo.

Il peso di chi sa.
E tace.
E aspetta.

Mentre il mondo brucia perché non vuole ascoltare.

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Scena III la bilancia

CORO:

Il Fabbro tace.
Il crinale di Fabio. L’ombra che segue il corpo.
Il vecchio che cammina in silenzio mentre Roma urla.

Ma la pietra che sta ferma conosce una tentazione segreta.
La tentazione di misurare.
Di pesare ogni gesto. Ogni parola. Ogni respiro.

E quando la misura diventa ossessione, la pietra diventa ghiaccio.
Il Fabbro lo sa.
Cerca l’uomo che ha pesato troppo.


EFESTO:
Catone il Censore.
L’uomo che pesava il mondo con la bilancia del sarto.

Dimmi, Gravitas, eri anche in lui?

GRAVITAS:
In ogni grammo.

EFESTO:
Cacciò Lucio Quinzio Flaminino dal Senato.

GRAVITAS:
Flaminino aveva fatto decapitare un prigioniero gallo durante un banchetto per compiacere il ragazzo che gli scaldava il letto.

Il senatore più potente di Roma.
Fratello del liberatore della Grecia.
Protetto da ogni famiglia patrizia della città.

Catone lo cancellò dalla lista dei senatori davanti all’assemblea.
Come si cancella una cifra sbagliata dal registro.

EFESTO:
Per un prigioniero. Per un barbaro.

GRAVITAS:
Per la misura.

Un senatore romano è la misura della Repubblica.
Se la misura è corrotta, tutto ciò che viene misurato è corrotto.

Catone pesava.
Pesava il lusso delle matrone e tassava i gioielli.
Pesava l’acqua degli acquedotti deviata verso le ville private.
Pesava le parole dei retori e mandava a casa quelli che parlavano troppo.

EFESTO:
Mandò a casa gli ambasciatori greci, i filosofi, perché corrompevano i giovani con le parole belle.

GRAVITAS:
Perché le parole belle sono il nemico del peso.

La retorica gonfia l’aria.
Io comprimo l’aria.
La retorica decora.
Io spoglio.
La retorica moltiplica.
Io riduco all’osso.

Catone lo sapeva.
Ogni discorso che pronunciò al Senato era corto come un colpo di gladio.

Rem tene, verba sequentur.
Tieni la cosa, le parole seguiranno.

Tieni il fatto. Tieni la sostanza. Tieni il peso.
Le parole sono il vestito. Il corpo sotto è la cosa che conta.

EFESTO:
Delenda Carthago.

GRAVITAS:
Ogni discorso. Qualsiasi argomento.
Che parlasse di fogne, di grano, di tributi, di leggi agrarie,
chiudeva con la stessa frase.

Ceterum censeo Carthaginem esse delendam.
Per il resto, sono del parere che Cartagine debba essere distrutta.

Ogni volta. Per anni.
Come l’acqua sulla pietra.
Come il tuo martello sull’incudine.

Finché la frase è diventata il respiro del Senato.
Finché Cartagine è caduta.

Non con un grido.
Con la ripetizione.

EFESTO:
E questo è il tuo peso.
La ripetizione.
La parola detta mille volte con lo stesso tono.
Senza mai alzare la voce.
Senza mai cambiare il ritmo.

GRAVITAS:
La voce che grida si stanca.
La voce che ripete cambia il mondo.

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Scena IV il muro

CORO:

Il ferro nella fucina si è fatto più scuro.
La bilancia di Catone. La ripetizione che scava la pietra.
La parola detta mille volte che diventa il destino di una città.

Ma il Fabbro non ha finito.
Ogni metallo ha la sua venatura oscura, la prima lo ha detto.

La pietra che non si muove. La massa che non cede.
Cosa accade quando il peso diventa muro?
Quando la densità diventa distanza?
Quando l’uomo è così fermo che nessuno osa più toccarlo?


EFESTO:
Dimmi il tuo buio, Gravitas.

L’ho visto.
L’ho visto negli uomini che ti portavano così a fondo che la carne diventava pietra.

Ho visto padri che i figli rispettavano come si rispetta il tempio da lontano, col capo chino, senza osare varcare la soglia.

Ho visto uomini così densi che l’aria intorno a loro diventava muro.
E dietro il muro, niente.
Solo il suono del proprio respiro.

Lucio Giunio Bruto.
Il primo console.
Dimmi del volto.

GRAVITAS:
Il volto di Bruto il giorno dell’esecuzione.

I suoi due figli, Tito e Tiberio, avevano congiurato per restaurare i Tarquini.
Per riportare il re. Per cancellare la Repubblica che il padre aveva fondato col proprio sangue.

Li portarono davanti al console.
Davanti al padre.

Bruto sedeva nel seggio consolare.
I littori ai lati. Le verghe. La scure.

I ragazzi in ginocchio.
Il sangue del suo sangue nella polvere del Foro.

EFESTO:

VIRTUS mi ha parlato del figlio di Manlio.
Il padre che ordina la scure.

GRAVITAS:
La scure di Manlio è il gesto.
Il volto di Bruto è il peso.

Manlio ordinò. Uccise. Pagò il prezzo.
Ma il volto di Manlio era una maschera di dolore.
La bocca storta. Gli occhi di chi sta morendo insieme al figlio.

Il volto di Bruto era fermo.

EFESTO:
Fermo.

GRAVITAS:
Come la pietra del Campidoglio.
Come la facciata del tempio quando la pioggia la percuote.

I littori alzarono le verghe. Frustarono i ragazzi fino a strappare la carne dalla schiena.
Poi la scure.

E il console guardò.
Senza muovere un muscolo del volto.
Senza che una lacrima uscisse dagli occhi.
Senza che la mano tremasse sul bracciolo del seggio.

Il popolo romano vide quel volto.
E capì cosa significava la Repubblica.

La Repubblica significava che la legge pesava più del sangue.
Che il dovere pesava più dell’amore.
Che il console era il primo servo della legge, il primo a pagare il prezzo che chiedeva agli altri.

EFESTO:
E dentro?
Dietro il muro del volto?
Cosa c’era dentro Bruto, Gravitas?

GRAVITAS:
Questo è il mio buio, Fabbro.

Dentro c’era un padre che stava morendo.
Dentro c’era un uomo che stava urlando così forte che il grido riempiva ogni cavità del petto, ogni vena, ogni fibra.

Ma il grido non uscì.

Perché io lo tenevo dentro.
Come il muro tiene dentro l’acqua della diga.

E l’acqua dentro premeva. Premeva. Premeva.
E il muro reggeva. Reggeva. Reggeva.

Finché la scure non cadde.
Finché i corpi dei figli non furono portati via.
Finché il Foro non si svuotò.

E Bruto tornò a casa.
Solo.
E chiuse la porta.

Cosa accadde dietro quella porta non lo sa nessuno.
Perché il muro non crolla in pubblico.
Il muro crolla, se crolla, dove nessuno vede.

Questo è il mio buio, Fabbro.
La distanza tra il dentro e il fuori.
Il prezzo del peso.

L’uomo che porto diventa la cosa più salda della stanza.
La colonna che regge il tetto.
Il blocco su cui tutti poggiano.

Ma la colonna che regge il tetto non può tremare.
Il blocco che porta il peso non può cedere.

E il giorno che la pietra avrebbe bisogno di piangere,
la pietra non piange.

Perché la pietra ha dimenticato come si fa.
Perché il muro è diventato la carne.
Perché il dentro e il fuori sono diventati la stessa cosa.

E l’uomo che ero prima del peso, l’uomo leggero, l’uomo che poteva ancora permettersi di tremare, quell’uomo non esiste più.

Lo ha mangiato la pietra.

EFESTO:
Come Atena.
Come la dea che non ha un petto su cui reclinare il capo.

GRAVITAS:

Ma Atena è nata armata. Io sono stata costruita.
Pietra dopo pietra. Silenzio dopo silenzio.

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Scena V il riconoscimento

CORO:

La fucina trattiene il fiato.
Il Fabbro ha toccato il muro.
La pietra che non piange. La colonna che non trema.
L’uomo che ha dimenticato come si cede.

Ma Roma non è fatta di pietre sole.
Roma è fatta di pietre che reggono insieme.
E il peso che schiaccia un uomo solo,  diviso, diventa fondamenta.

Chi porta il peso con chi? Chi condivide il silenzio?

EFESTO:
Il peso che porti è il prezzo della solitudine.
La pietra che sta da sola si consuma sotto la pioggia.

Ma ho visto una cosa, nella fucina.
Ho visto due pietre appoggiarsi.
Ho visto il momento in cui l’uomo che porta il tuo peso incontra l’altro uomo che porta il tuo peso.

E il muro cade.
Per un istante.

Dimmi di quel momento.

GRAVITAS:

Fabio Massimo e il vecchio Senato.
Dopo Canne.

Quando il Senato lo richiamò.
Quando i senatori che lo avevano insultato, quegli stessi uomini, lo guardarono negli occhi.

Nessuno parlò.
Nessuno chiese scusa.
Nessuno disse avevi ragione.

Si guardarono.
E nel silenzio c’era tutto.

Il peso di Canne. Il peso degli ottantamila morti. 
Il peso degli insulti e del disprezzo. Il peso della ragione che aveva avuto e che nessuno aveva voluto ascoltare.

Tutto nel silenzio.

E Fabio annuì.
Un cenno solo.
Come il blocco di marmo che si assesta sulle fondamenta.

Questo è il riconoscimento, Fabbro.
L’istante in cui la pietra incontra la pietra e il peso si divide.

Non servono parole.
Le parole sono leggere.
Le parole galleggiano.

Il peso si riconosce come il ferro riconosce il ferro.
Al primo contatto.

E in quell’istante,  per un battito solo,  il muro si abbassa.
L’uomo respira.
L’aria entra nei polmoni come non entrava da anni.

Poi il muro si rialza.
Perché il mondo fuori aspetta.
Perché il peso fuori non si è alleggerito.
Perché la colonna deve reggere ancora.

Ma quell’istante.
Quell’unico istante di respiro.

È ciò che permette alla pietra di durare.

EFESTO:
E chi non trova l’altra pietra?

GRAVITAS:
Si consuma.
Come il legno sotto la pioggia.
Come Bruto dietro la porta chiusa.
Lentamente. In silenzio. Senza che nessuno se ne accorga.

Finché un giorno la colonna cede.
E il tetto crolla.
E tutti dicono era così forte, come è possibile?

Ed era forte.
Ma la forza senza respiro è asfissia.

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Scena VI le fondamenta

CORO:
Il fuoco è pronto.
Il crogiolo è sul carbone.
Il metallo è denso, scuro, pesante come piombo e travertino fusi insieme.

Il Fabbro alza il martello.

Sei scene versate nella fucina.
Il peso. Il crinale. La bilancia. Il muro. Il riconoscimento.

Ma manca l’ultima.
Quella che chiude il cerchio.
Quella che dice perché la pietra dura.

EFESTO:

Mi hai mostrato la pietra che regge. La pietra che tace. La pietra che si consuma.

Dimmi perché duri.
Dimmi cosa tiene insieme il blocco quando la pioggia cade da tremila anni.

GRAVITAS:
La stessa cosa che tiene insieme il travertino.

Il travertino si forma nell’acqua.
Strato dopo strato. Millennio dopo millennio.
Ogni strato è un deposito. Un sedimento. Un giorno in cui l’acqua ha lasciato qualcosa di sé nella pietra.

Io mi formo allo stesso modo.

Ogni decisione presa nel silenzio è uno strato.
Ogni parola trattenuta è uno strato.
Ogni volta che l’uomo sceglie di reggere invece di gridare, uno strato.

E dopo anni, dopo una vita, gli strati sono così compressi che la pietra è diventata più forte della somma dei suoi giorni.

E quella pietra si posa nelle fondamenta.
Sotto la casa. Sotto il tempio. Sotto la città.

Dove nessuno la vede.
Dove nessuno la loda.
Dove nessuno sa che esiste.

Finché qualcuno prova a demolire il tempio e scopre che il tempio non cade.

Perché sotto c’è la pietra.

Roma è durata mille anni perché sotto i marmi e gli archi e le colonne che tutti ammirano,
sotto, c’erano uomini come Fabio.
Come Catone.
Come Bruto.

Uomini che nessuno ha ringraziato.
Che nessuno ha celebrato finché erano vivi.
Che hanno portato il peso, si sono consumati nel silenzio e sono morti nel silenzio.

E il tempio è ancora in piedi.

Questo è il motivo per cui duro, Fabbro.
Perché sono le fondamenta.
E le fondamenta non hanno bisogno di essere viste.

Ha bisogno di essere là.

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Scena VII il sigillo

CORO:

Il fuoco è al massimo.
Il crogiolo trabocca.
Il Fabbro alza il martello per l’ultimo colpo.

Sei scene versate nella fucina.
Il peso. Il crinale. La bilancia. Il muro. Il riconoscimento. La fondamenta.

Tutto il metallo di GRAVITAS è nel crogiolo.
E dal crogiolo nasce la forma quadrata.
L’anello per chi porta il peso senza chiedere che il mondo se ne accorga.

EFESTO:
Hai dato tutto alla fucina, Gravitas.

Tutto il tuo metallo è nel crogiolo.

Quadrato.
Forma che non rotola.
Che sta dove la posi.
Che occupa lo spazio esatto che le spetta, né un millimetro in più, né uno in meno.

Quattro lati uguali.

Come i quattro muri del Foro.
Come i quattro confini del campo legionario.
Come le quattro virtù cardinali di cui sei la base.

Roccia sulla testa del sigillo, travertino vivo.
La pietra dei sette colli compressa nella forma dell’anello.

Ogni irregolarità è uno strato.
Ogni venatura è un anno di silenzio.

GRAVITAS incisa col coltello.
Le lettere pesanti, profonde, scavate nel metallo come il censore scavava i nomi nella lista.
Ogni solco è un peso portato.
Ogni taglio è una parola trattenuta.

Parla a chi lo porterà al dito.

GRAVITAS:

Sei l’uomo che entra nella stanza e l’aria si sposta.

Quel peso che gli altri scambiano per durezza e che tu sai essere il deposito di ogni giorno vissuto senza sconti.

Porta questo anello.
Come Fabio portava il passo sui crinali.
Come Catone portava la parola al Senato.
Come Bruto portava il volto al Foro.

Portalo come segno di ciò che sei diventato.
Strato dopo strato.
Silenzio dopo silenzio.
Scelta dopo scelta.

Portalo perché il peso è il tuo mestiere.
La misura è il tuo strumento.
Il silenzio è la tua lingua.

Portalo perché sai che la pietra che non si vede regge il tempio che tutti vedono.
Che le fondamenta non chiedono applausi.
Che la colonna che regge il tetto non chiede al tetto di ringraziarla.

Ma sappi questo.

Cerca l’altra pietra.
Cerca l’uomo che porta il tuo stesso peso.
Quello che riconoscerai nel silenzio, come il ferro riconosce il ferro al primo contatto.

Perché la pietra sola si consuma.
La pietra che poggia su un’altra pietra diventa fondamenta.
E le fondamenta regge il mondo.

Abbassa il muro, quando trovi l’altra pietra.
Per un respiro. Per un istante.
Lascia che l’aria entri.

Poi rialzalo.
Perché il mondo fuori aspetta.
E il peso fuori è lo stesso.

Ma quell’istante di respiro, quell’unico istante, è ciò che separa la pietra che dura dalla pietra che si sgretola.

Porta questo anello.
Quadrato. Fermo. Come te.

Rem tene.
Tieni la cosa.
Il resto seguirà.

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La struttura dell’anello GRAVITAS

Ho valutato tutte le possibili scelte, ma il marmo è stata l’unica opzione.

Pietra dura, pesante, possente.
Ferma al suo posto qualsiasi cosa accade.

Quadrato come l’ordine e la disciplina.

anello chevalier quadrato argento gravitas collezione Mos Maiorum vista frontale sfondo biancoanello chevalier quadrato argento gravitas collezione Mos Maiorum vista laterale
anello chevalier quadrato argento gravitas collezione Mos Maiorum vista tre quartianello chevalier quadrato argento gravitas collezione Mos Maiorum vista frontale poggiato su piano

Come indossare l’anello della tua essenza

Chi sei tu davvero?
Perché vuoi questo anello?


Se sei arrivato fino a qui, senti due cose dentro di te.

Questa storia ti scorre nelle vene perché è anche la tua storia.

Vuoi indossare questo anello chevalier non per vana gloria estetica.
Lo fai perché questo anello è te, e tu sei lui.

Indossarlo ora, è portare il suo messaggio e il tuo, insieme, nel mondo.
Un capolavoro di narrazione antica.

Perché questo anello da solo resta un semplice chevalier.

Ma al tuo dito diventa un sigillo.
Il sigillo della tua vita, esperienza e sacrificio.

Metallo Prezioso e Valore

Argento, ossidato, marmo come le colonne che hanno sorretto l’impero.
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Valore in Argento: 397,00 euro

Valore in oro: su richiesta in relazione alla tua scelta: 9kt – 14kt – 18kt

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Qual è la differenza tra l’argento, l’oro e il platino?

L’argento è come lo hai visto nella immagini che ti ho mostrato: ossidato, vivo e pieno di storia romana del Mos Maiorum.

In oro può essere giallo lucido o satinato; bianco lucido o satinato.

In platino bianco lucido.

Come avere il tuo anello chevalier


Hai due modi: il primo è velocissimo, tramite whatsapp: clicca qui >>>
Oppure,

Compila il modulo di contatto qui sotto.
Inserisci il tuo nome, email.
Scegli il metallo prezioso.

Cosa scrivere nel messaggio:

La tua misura.
Se desideri un’incisione dentro l’anello: iniziali, data, piccola frase, simbolo.

Se non conosci la misura: scrivimi che non conosci la misura, ci penserò io con l’invio dei prototipi.

Cosa sono i prototipi?

È l’anello in resina 3D proprio come quello reale.
Ti invio una scala di misure, ad esempio, se suppongo che tu abbia 22, ti invio i prototipi da 19 a 25.
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Cosa accade dopo che mi hai scritto?

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Confermiamo tutto il necessario, ti faccio alcune domande e ti mostro varie opzioni in modo che tu abbia tutto chiaro.

Tempi di produzione: dipende dal flusso di ordini nel momento in cui mi scrivi. In media 10 giorni lavorativi.

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